"Kweku muore scalzo, una domenica all’alba,le pantofole all’uscio della camera, come cani. In questo istante è fermo, tra la veranda e il giardino, indeciso se tornare a prenderle. Non lo farà. In quella camera dorme Ama, la sua seconda moglie: le labbra dischiuse, la fronte leggermente aggrottata, la guancia che cerca calda uno scampolo di fresco sul cuscino, e Kweku non vuole svegliarla. Non potrebbe neanche se volesse."
Questo è l'incipit del libro di Taiye Selasi, scrittrice di padre ghanese e di madre nigeriana con origini scozzesi. Alla faccia dello spoiler, direi, ma procediamo con ordine.
Non avevo mai letto un libro di letteratura non occidentale, lo confesso. Ovviamente, il taglio del libro è anche in parte occidentale, perchè ormai siamo dappertutto, ma soprattutto il libro viaggia fino agli Usa pur di ricordarsi della vita di quel Kweku che ne è il protagonista morto e silenzioso fin dalle prime righe. Inoltre, ogni personaggio viene seguito in funzione del ricordo, nulla viene lasciato indietro, riscoprendo se stesso alla luce del confronto. So che sembra un po' melensa detta così, ma effettivamente non c'è altro che un'incessante narrazione intorno a quello che viene percepito di primo acchito e poi si procede, come in quelle chiese che hanno sul pavimento un labirinto, come in una spirale che si avviluppa sempre di più, strato di cipolla sotto strato di cipolla, fino a raggiungere il centro che- surprise!- come per tutti gli altri esseri umani, è irrimediabilmente vuoto. Credo che alla fine io abbia concluso il libro solo per vedere se la tristezza senza speranza della famiglia protagonista portasse da qualche parte, ma evidentemente così non è stato e quindi la morte non è la cosa peggiore che succede in questo libro, ma è anzi la degna conclusione di una storia, molto sul genere "beato lui!".
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