Io credo profondamente nei titoli. Sono come finestre sul mondo prevalentemente fittizio del libro. Possono essere un riferimento a ciò che racconterà il libro, oppure essere qualcosa di completamente diverso, tanto da essere l'opposto del contenuto della storia. Ebbene, Antonio Scurati: mi hai deluso. Probabilmente sono le esigenze di marketing a farti chiamare il tuo libro - la tua creatura - con un titolo che è in rapporto con la storia, ma che non ha nulla a che fare con essa.
Probabilmente, in quanto giornalista, hai fatto un bel lavoro. Un lavoro accurato, accattivante. La storia c'è, ed è cronaca. La promessa-non promessa iniziale è stata rotta con così tanto ardore che si ha una forte sensazione di straniamento, mentre si legge. La storia ti viene venduta come qualcosa di fittizio, ma che alla fine così fittizio non è e troppi sono i riferimenti a fatti realmente accaduti, a periodi di cronaca veramente successi, a sentimenti collettivi più osservati con perplessità che provati.Penso che il periodo descritto da Scurati nel suo libro sia stato quello che mi ha fatto odiare profondamente qualsiasi forma di (dis)informazione pubblica e che mi ha sempre fatto prendere ogni notizia con le molle. O con profonda indifferenza o disgusto superficiale, come talvolta mi accade ogni volta che i miei genitori accendono il televisore sul canale del notiziario. Colpa del mio terribile carattere superficiale (ehi, ho usato due volte la parola superficiale oggi!).
Questo è un libro per:
- giornalisti
- pubblici informatori
- appassionati di cronaca
- ...maniaci?
Altre persone sono caldamente consigliate di leggerlo e di deplorarlo nel caso non si tratti del loro tipo. Grazie.









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