Philip K. Dick era un genio. Come i maggiori scrittori di fantascienza, era un visionario. Sapeva che qualcosa sarebbe accaduto, nel Futuro, quello con la F maiuscola perché è quel periodo che non vivremo mai e che, nonostante ci sforziamo di vivere come se niente fosse, non ci finiremo mai in mezzo. Dick (che cognome infelice!) non solo sapeva che il Futuro, benché fosse irraggiungibile per lui, avrebbe portato dei cambiamenti. Lui poteva addirittura prevedere quali cambiamenti.
Asimov scrisse Io, robot. Dick scrisse Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
La questione di quanto un androide sia umano o quanto un essere umano sia androide - cosa ci rende umani, cosa ci rende macchine - percorre tutto il libro. Vengono trattati tutti i temi: l'amore fra persone. L'amore per gli animali. L'ambizione. Il sapere- non sapere di essere umani/androidi. la religione. Addirittura la diversità della malattia mentale, rispetto agli androidi.
Effettivamente, il concetto che ha maggiormente titillato la mia mente è stato proprio questo: gli androidi disprezzano e hanno dei forti pregiudizi nei confronti dei cosiddetti "cervelli di gallina", cioè persone umane con menomazioni mentali, acquisite o innate. Eppure gli stessi androidi sono stati ghettizzati, anzi: un cacciatore di taglie è pronto a ritirarli (adorabile eufemismo). Il libro è ambientato in un futuro post-apocalittico. Il concetto di umano è messo continuamente in discussione. Gli androidi si comportano come umani e provano sentimenti estremamente umani. Gli esseri umani, come il cacciatore di taglie protagonista, si disumanizzano. I "diversi" restano puri di cuore, nel loro atteggiamento, indifferenti nella loro bontà alla divisione di genere umano/androide.
Leggendo questo libro, sorge spontanea la domanda di quanto tempo impiegheremo, in quanto genere umano, a perdere quanto di umano ci rende tali. Il Futuro forse non è così lontano.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)










0 commenti:
Posta un commento