lunedì 27 aprile 2015 0 commenti

#36: La solitudine Dei numeri Primi

  Ero fortemente prevenuta nei confronti di questo libro. Estremamente piena di preconcetti. E avevo ragione. Io non pongo alcuna fiducia nei libri che parlano di adolescenti o di giovani persone ancora immature, perché:

1) il periodo dell'adolescenza è un periodo di prova e francamente nessuno può mai dare una descrizione, nemmeno inventata, su personaggi tipo Alice o Mattia (= i protagonisti) senza scadere nel ridicolo o nel grottesco senza un vero riscontro con la realtà.
2) parlare di persone immature e rendendole centro di un racconto, seppure inventato, dà la giustificazione per altre persone immature di sentirsi fighe e nessuno può dire loro nulla di nulla.
3) chi scrive di persone adolescenti o immature parla per esperienza personale (è il principio di ogni racconto) ma non è certamente adolescente.

  Potrei semplicemente scrivere che i contenuti sono forti, cose come i disturbi per l'alimentazione o l'autolesionismo o i disturbi del comportamento riproduttivo sono un fenomeno sempre più conosciuto in Italia, che quindi il libro propone qualcosa di importante su cui riflettere.
  Non ho intenzione di avvalorare questo libro. Se uno vuole leggerlo, liberissimo. Però quello che scrive non risolve niente. Non volevo il finale romantico e travolgente, purificatore e catartico. Effettivamente, a pensarci bene, il finale è un po' tirato via. Forse il libro doveva finire quando SPOILER!!! Alice vede Michela/non Michela. E magari lei finiva sotto a un'automobile per correre a dirlo a Mattia e il libro avrebbe avuto la sua bella fine, con un po' d'amaro in bocca perché poi magari Mattia si suicidava e finiva lì. Magari. Ma non termina in questo modo e si strascina a lungo senza alcun senso.
  Tutto il libro è più o meno così: descrive il problema, lo descrive un po' alla cavolo e poi non dice nemmeno "lettore, ora tocca a te". Magari l'effetto è voluto. Magari, così, a fiuto, invece no. Mi sembra uno di quei libri che vogliono essere importanti perché parlano di situazioni oggettivamente complicate e di cui nessuno parla - anche se in realtà di saggi sui comportamenti disturbati il mondo è pieno, anche se tocca andarsi a leggere ricerche di carattere prettamente medico -e poi scadono nella letteratura commerciale. O nascono per essere commercializzati.

venerdì 24 aprile 2015 0 commenti

# 35: Braccialetti Rossi

L'autore è Albert Espinosa. Non so come gli piacerebbe essere presentato. Da quello che ha scritto, può darsi che "scrittore, regista, autore di teatro e televisione" o "ex malato di cancro" gli vadano discretamente stretti, come titoli. Magari, se lo chiamo "giallo", si sentirà lusingato o, almeno, sorriderà. O, meglio, amarillo, per quello che la mia conoscenza dello spagnolo mi permette. Alla nascita si è trovato una gamba in più, un polmone in più e un pezzo di fegato in più. Il cancro l'ha aiutato a liberarsene. Braccialetti rossi non è un libro autobiografico in senso stretto. Non è la ricetta di come ALBERT ESPINOSA HA SCONFITTO IL CANCRO! E' una specie di ricetta di vita. Insomma, un po' di respiro qua, fai battere il cuore là, qualche attività linfatica e il gioco è fatto. Più o meno. Sono consigli, a prescindere dal fatto che uno abbia avuto il cancro o meno. Lui ha imparato cose quando ha avuto il cancro, non perchè ha avuto il cancro. I consigli sono molto esistenziali. Credo che come libro potrebbe essere paragonato a Un'imperiale afflizione, ma senza la parte romanzata. Good Work, Albert. Anche se la cosa degli amarillos è troppo personale perchè diventi universale (magari i miei sono blu-arancione, cioè bluanci), è comunque un libro di liste e concetti semplici, lineari. Non ho capito bene il rapporto dei braccialetti di colore rosso con il libro, ma mai giudicare la copertina dal libro. Buona lettura!


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#34: Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo. Il Mare dei Mostri

  Seconda puntata per Percy Jackson. Mio fratello è fissato con questa storia; inoltre, fonti attendibili (= mia sorella minore) mi hanno assicurato che il grande divario fra l'età di Percy e i suoi pensieri e le sue azioni andrà lentamente riducendosi man mano che si proseguirà con la serie. 
  Stavolta Peter Johnson si trova alle prese con un salvataggio: il suo amico Grover, in cerca del dio Pan, è finito sull'isola in cui si trova il Vello d'Oro, capace evidentemente di emanare lo stesso odore magico della divinità degli animali. Polifemo, abitante dell'isola e accecato parecchio tempo prima da un tale di nome Odisseo, si è un po' confuso e vuole sposare il giovane satiro. 


  Come nel libro precedente, Riordan fa qualche confusione fra miti di tradizione asiatica e miti invece che sono passati alla storia come "greci" puri. Il concetto di sirena, ad esempio, è quello tradizionale e non quello romantico. Il Mare dei Mostri mi ha un po' ricordato lo scrigno di Davy Jones di Pirati dei Caraibi, ma immagini che se qualcosa è topos, allora è topos.
  C'è stato un miglioramento. Pensieri più adatti a un dodicenne (più o meno), anche se le capacità fisiche sono vagamente inverosimili. Il finale spiazza un po'. Trovo invece molto interessante che la maggior parte dei contatti di Percy con le divinità avvenga in sogno, concetto molto orientalizzante. Nell'antichità nel Vicino Oriente l'importanza del sogno, cioè quella realtà inesistente, in quanto mentre dormiamo abbiamo il potere di spostarci ovunque e di compiere persino azioni non prettamente umane, come volare o respirare sotto acqua, era vista come un momento della vita umana di contatto con la divinità. Per questo in Grecia giunsero dall'Asia Minore (cioè la Turchia) riti che avevano a che fare con l'estasi o con le visioni del futuro. Comunque Percy viene contattato da Crono in sogno e questa divinità primordiale si diverte a rivelare i suoi piani, o comunque a dimostrare che c'è altro sotto. Vedremo come continuerà nel prossimo!

giovedì 23 aprile 2015 0 commenti

#33: uBiK

Nel momento in cui ritengo che un autore possa piacermi, continuo a leggerlo. Quasi ossessivamente. Così sono andata in biblioteca e ho fatto incetta di ogni libro di Dick (sob!), tanto che la bibliotecaria, che sta cominciando a notare il mio istinto ossessivo seriale nei confronti di autori vari, stavolta non ha nemmeno sospirato. Mi ha soltanto detto che non tutti i libri di Dick erano in scaffale e che se volevo leggerne altri ce n'erano un paio in deposito.

Ubik. A Bologna c'è una libreria, in via Irnerio, che si chiama Ubik. E ora so perchè.
  A parte l'idea di base della semi-vita, intorno a cui ruota praticamente tutto il romanzo, quasi letteralmente, tanto che alla fine, dopo tutte le rivelazioni gettate a casaccio man mano che ci si avvicina al finale, la testa gira. Mind blowing. La mia reazione all'ultima parola dell'ultima pagina (anche perchè è da un paio di libri che mi viene il sospetto che la storia non sia finita lì, MA INVECE SI'! Comunque.) è stata sul genere:

Ad un certo punto ti rendi conto che la storia ti ha accompagnato, senza che te ne accorgessi, dal mondo reale al mondo mentale della semi-vita. E poi, forse non è il mondo della semi-vita. E perchè Ubik funziona, portato dal mondo esterno al mondo interno? E perchè in realtà è prodotto all'interno del mondo mentale della semi-vita? CON COSA? Mi ricorda un sacco quando il Dottore chiede a Clara Oswin Oswald, quando è ancora la ragazza dei soufflé nel manicomio dei Dalek, dove cavolo ha trovato le uova. Dove ha trovato il latte. Ma qui la storia è facile, perché Clara si rende conto di essere un Dalek. In Ubik niente è certo. Nessuno sa per certo in quale dimensione della realtà si trova o se è vivo. Specialmente dato il finale (uaaaaaaaargh! Runciter! Ma non dirò altro!), non viene detto niente. 
  La mia personale opinione di come veramente si sono svolti i fatti è che sono morti tutti. Tutti immaginano il loro after-life come pare a loro. Non sono collegati. Sperano di essere collegati, ma non è così. Nessuno esiste realmente. Siamo tutti frutto del pensiero altrui. Siamo i sogni di qualcun altro.

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#32: Ma gli Androidi sognano Pecore elettriche?

Philip K. Dick era un genio. Come i maggiori scrittori di fantascienza, era un visionario. Sapeva che qualcosa sarebbe accaduto, nel Futuro, quello con la F maiuscola perché è quel periodo che non vivremo mai e che, nonostante ci sforziamo di vivere come se niente fosse, non ci finiremo mai in mezzo. Dick (che cognome infelice!) non solo sapeva che il Futuro, benché fosse irraggiungibile per lui, avrebbe portato dei cambiamenti. Lui poteva addirittura prevedere quali cambiamenti.
  Asimov scrisse Io, robot. Dick scrisse Ma gli androidi sognano pecore elettriche?


  La questione di quanto un androide sia umano o quanto un essere umano sia androide - cosa ci rende umani, cosa ci rende macchine - percorre tutto il libro. Vengono trattati tutti i temi: l'amore fra persone. L'amore per gli animali. L'ambizione. Il sapere- non sapere di essere umani/androidi. la religione. Addirittura la diversità della malattia mentale, rispetto agli androidi.
 Effettivamente, il concetto che ha maggiormente titillato la mia mente è stato proprio questo: gli androidi disprezzano e hanno dei forti pregiudizi nei confronti dei cosiddetti "cervelli di gallina", cioè persone umane con menomazioni mentali, acquisite o innate. Eppure gli stessi androidi sono stati ghettizzati, anzi: un cacciatore di taglie è pronto a ritirarli (adorabile eufemismo). Il libro è ambientato in un futuro post-apocalittico. Il concetto di umano è messo continuamente in discussione. Gli androidi si comportano come umani e provano sentimenti estremamente umani. Gli esseri umani, come il cacciatore di taglie protagonista, si disumanizzano. I "diversi" restano puri di cuore, nel loro atteggiamento, indifferenti nella loro bontà alla divisione di genere umano/androide.
  Leggendo questo libro, sorge spontanea la domanda di quanto tempo impiegheremo, in quanto genere umano, a perdere quanto di umano ci rende tali. Il Futuro forse non è così lontano.
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#31: Il Bambino Che sognava La fine Del mondo

Io credo profondamente nei titoli.  Sono come finestre sul mondo prevalentemente fittizio del libro. Possono essere un riferimento a ciò che racconterà il libro, oppure essere qualcosa di completamente diverso, tanto da essere l'opposto del contenuto della storia. Ebbene, Antonio Scurati: mi hai deluso. Probabilmente sono le esigenze di marketing a farti chiamare il tuo libro - la tua creatura - con un titolo che è in rapporto con la storia, ma che non ha nulla a che fare con essa.
  Probabilmente, in quanto giornalista, hai fatto un bel lavoro. Un lavoro accurato, accattivante. La storia c'è, ed è cronaca. La promessa-non promessa iniziale è stata rotta con così tanto ardore che si ha una forte sensazione di straniamento, mentre si legge. La storia ti viene venduta come qualcosa di fittizio, ma che alla fine così fittizio non è e troppi sono i riferimenti a fatti realmente accaduti, a periodi di cronaca veramente successi, a sentimenti collettivi più osservati con perplessità che provati.
  Penso che il periodo descritto da Scurati nel suo libro sia stato quello che mi ha fatto odiare profondamente qualsiasi forma di (dis)informazione pubblica e che mi ha sempre fatto prendere ogni notizia con le molle. O con profonda indifferenza o disgusto superficiale, come talvolta mi accade ogni volta che i miei genitori accendono il televisore sul canale del notiziario. Colpa del mio terribile carattere superficiale (ehi, ho usato due volte la parola superficiale oggi!).
  Questo è un libro per:

  • giornalisti
  • pubblici informatori
  • appassionati di cronaca
  • ...maniaci?
Altre persone sono caldamente consigliate di leggerlo e di deplorarlo nel caso non si tratti del loro tipo. Grazie.
mercoledì 15 aprile 2015 0 commenti

#30: Codex

  Io mi trovo nella difficile situazione di dover leggere parecchie cose contemporaneamente. Attualmente sto detenendo il mio record annuale di libri in corso di lettura:

  • Codex di Lev Grossman (terminato)
  • L'ultimo duello  di Luigi Compagnone (all'inizio)
  • I pilastri della terra di Ken Follett (no comment)
  • Percy Jackson- Il mare dei mostri  di Rick Riordan (la solita scommessa)
  • Fascismo e politica culturale di C. Bordoni (YOLO!)
  So che c'è di peggio, ma questa cosa mi mette leggermente ansia talvolta, ma vabbè. 
  Allora, Codex.

  Confesso di leggere questo libro per la seconda volta (la prima è stato tre anni fa). Non ne ero rimasta particolarmente entusiasta, ma l'avevo considerato di buona qualità, dato che mescolava libri (in particolare libri antichi) con videogames di alta qualità, che mi interessano solo per come vengono fatti e non per l'attività ludica. Rileggendolo, mi sono resa conto che è un libro molto onirico, su sensazioni individuali che portano a considerare se la realtà è tale o no (real is just a matter of perception, si dice...), su sentimenti molto scontati e su finali aperti e insoddisfacenti. Il libro non finisce realmente, almeno non nel modo in cui si intende di solito nel mondo delle storie che hanno un protagonista, un antagonista, un oggetto del desiderio e tutto l'insieme di comparse e di ambienti con un nome e una funzione molto specifica. SCINTILLIO! Qui, tutta la quest sull'oggetto del desiderio (il codex del titolo) non si conclude. Rimane aperta. I "Cattivi", che in realtà sono coloro che non si meritano il possesso dell'oggetto in questione, lo ottengono. L'aiutante del buono in realtà è una doppiogiochista. Il protagonista stesso lascia che il suo comportamento si sviluppi in senso ingenuo e veramente stupido - e lo fa addirittura consciamente! - mentre per tutto il libro si è fidato del suo istinto, azzeccandone una dopo l'altra a beneficio della trama.  
  Insomma, ciò che ho imparato da questo libro:
  1. Non rileggere un libro che ti era piaciuto mantenendo le stesse grandi aspettative.
  2. Non rileggere libri inerenti al tuo corso di studi, specialmente se quando hai letto il libro la prima volta eri all'inizio e felicemente ignorante mentre la seconda volta ti trovi a ciclo concluso e felicemente sarcastica verso gli ignoranti.


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#29: Una piccola Libreria a Parigi

 Una piccola libreria a Parigi  di Nina George porta in sè un bagaglio di concetti e immagini non sempre concordanti fra loro. Per farla breve, il libro parla di un libraio di Parigi la cui libreria si trova su una chiatta nella Senna. Ha due gatti e una vita assolutamente calma e vagamente depressa, sempre rimembrando i bei tempi di vent'anni prima in cui lui e la sua amante amoreggiavano filosoficamente. Costui, dal nome parlante di Jean Perdu (N.d.E.Jean è un nome francese per eccellenza e Perdu significa "perduto"), è bravo a vendere i suoi libri. Insomma, uno di quelli che quando entri ti tengono d'occhio, ti fanno una valutazione psicologica personale e ti dicono che no, il libro che stai comprando non è il libro giusto, ma che loro invece sanno quale libro è il più adatto alla tua anima in quel momento. Una cosa del genere farebbe girare i cojones a una habituée delle librerie come la sottoscritta, ma Monsieur Perdu ci azzecca sempre. E parte per un viaggio in barca, con il figlio-non figlio che non ha mai avuto (anche se per quasi tutto il libro, facendo un paio di rapidi calcoli, ho sempre sperato che l'esordiente scrittore Max Jordan, imbarcatosi con Monsieur Perdu, fosse frutto ignoto dei suoi lombi e di quelli dell'intrepida e dalla vita sessualmente molto attiva Manon, amante di Perdu).

  Questo libro parla della rinascita fisica e spirituale di un cinquantenne. Ora, io credo nei libri. Ho letto anche delle cagate di entità considerevole, ma un libro viene scritto sempre per un motivo, che sia il viaggio mentale di un autore in cerca di soldi o l'epica saga di un daimyo giapponese o la storia di come Viviana abbia infinocchiato per l'ennesima volta Merlino. C'è una ragione, più o meno concreta o morale. Questo libro aveva delle basi solide: i riferimenti letterari erano splendidi, adatti ad ogni contesto; la Francia era il palcoscenico perfetto; le basi per un intreccio complicato ma gradevole erano tutte lì. E poi, tutto si è sgonfiato come un dolce quando si apre il forno durante la cottura. Povera Ninetta (la scrittrice del libro). Secondo il mio modesto parere, ha perso di vista cosa voleva scrivere. Succede, quando si scrivono delle storie complesse: quella che fino a pochi istanti prima era la meravigliosa idea di un romanzo di solitudine prima che d'amore, diventa una triste ma ancora funzionante idea di un romanzo di amore prima che di solitudine.
  Piccola parentesi storica: Max Jordan, giovane scrittore, è un '92. Ed è adulto. Brividini personali...
giovedì 9 aprile 2015 0 commenti

#28: Io sono Helen Driscoll

Il fatto che Richard Matheson sia l'autore di Io sono Leggenda non ha nulla a che fare col fatto che sono andata a cercare un po' di bibliografia nel catalogo della biblioteca più vicina e mi sia precipitata a controllare se era disponibile. No. Assolutamente nulla.
  Molte volte gli scrittori americani del periodo d'oro di Matheson scrivono il capolavoro, che diventa famoso e per cui ci fanno un paio di film, e poi basta. Non riescono più a produrre altre opere che siano degne di quel libro che hanno scritto in un momento di estasi. Credevo che Io sono Leggenda fosse uno di quei libri miracolo. E invece Io sono Helen Driscoll è sullo stesso livello. Prosa secca, lineare, ritmi spezzati, atmosfera onirica e prosastica quanto serve, da incubo perfetto: insomma, un po' come quando, all'inizio di un sogno che diventa inquietante, sai che NON E' REALE, ma cerca in tutti i modi di convincerti che lo sia. Io adoro questa sensazione. Significa che il lettore riconosce il confine fra fantasia e realtà, ma il suo cervello gli fa lo scherzetto di non avvisare della differenza la sede della paura.
  Io sono Helen Driscoll parte da un discorso sull'ipnosi, si concentra sulle potenzialità del cervello umano e si conclude con un thriller gotico su fantasmi e premonizioni di morte. Mi è sembrato quasi di vedere quel fil con Nicolas Cage sulla fine del mondo, con tutti quei numeri. Sai come andrà a finire, non lo sai. Ti senti terrorizzato dall'idea di come potrebbe andare avanti, sei confortato dalla trama della storia. Vuoi leggere, non vuoi leggere. Ehi, bel libro.

lunedì 6 aprile 2015 0 commenti

#27: Io Sono Leggenda

Ho visto il film. Ebbene, non c'entra niente con il libro. Will Smith non è Robert Neville. Robert Neville è alto, grande e grosso, oltre che bianco e biondo. Suo padre è tedesco. E gli Zombie del film non hanno nulla a che spartire con i vampiri/infetti del libro. Insomma, sono più vampiri che zombie. E il finale è completamente diverso perchè SCINTILLIO! Robert Neville si trova davanti a un' evoluzione degli ammalati, che riescono a sopravvivere in maniera decente al morbo e costituiscono una nuova società. Ovviamente questa nuova classe di umani deve combattere tutto ciò che è diverso, e quindi i vecchi vampiri devono morire perchè incontrollabili, ma anche Robert Neville deve morire, perchè è l'ultimo di una specie che ricorda ai nuovi umani la loro vecchia natura.

La parte più commovente ha a che fare con i ricordi di Robert sulla moglie e sulla figlia, quest'ultima morta per prima e bruciata secondo i dettami delle prime precauzioni prese contro la malattia, mentre la moglie di Robert, dopo essersi ammalata e aver cessato di "vivere", e dopo che lui aveva provato di seppellirla invece di cremarla, era tornata a casa. Eheheh, scherzetto: "Amore, sono a casa!". Richard Matheson scrive bene. E' secco, aspro, e non lascia niente al sentimentalismo. Il lieto fine non esiste. Robert muore deluso, perchè, pur vivendo all'insegna del "Chi di speranza vive, disperato muore", si rende conto di essere diventato alla fine una Leggenda, allo stesso modo dei vampiri, considerati appartenenti al mondo delle favole e dei romanzi.
Robert Neville è comunque un mito, perchè è cattivo e sospettoso per necessità, pur mantenendo abbastanza umanità da commuoversi per un cane (NON E' COME NEL FILM!!!! E' DECISAMENTE MOLTO PIU' COMMOVENTE NEL LIBRO!) e per tremare ancora una volta quando crede di non essere l'ultimo uomo sulla faccia del pianeta. Noi siamo Robert Neville.

PS. Ultima informazione a proposito del libro: Matheson lo scrisse NEL 1954! Ed è ambientato a partire dal 1976! Quest'uomo è stato un genio (è morto nel 2013).

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#26: Appunti sui Polsini

Michail Bulgakov è famoso per Il Maestro e Margherita, mentre Appunti sui polsini, ovvero il libro che ho letto io, è un insieme di brani scritti in stile giornalistico da Bulgakov che denunciano le condizioni in Russia durante il regime comunista in seguito ai terribili anni della rivoluzione. Non ho granché da dire a proposito di questo libro: è un libro molto descrittivo, persino le narrazioni finali. Interessante per chi si dedica a studiare questo periodo storico.

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#25: Cose Fragili

Io credevo di amare Neil Gaiman e si suoi libri. Insomma, persino il concetto di base di American Gods mi è piaciuto.
  Indagando un po' in giro su blog letterari, ho scoperto di non essere l'unica ad aver ricevuto una notevole delusione da questo libro. La presentazione era perfetta. Era un' antologia, il fior fiore del talento gaimiano, a metà fra il gotico, il realistico, il fantastico, insomma tutto ciò di evocativo che può piacere alla mia generazione. Ho letto il primo racconto con entusiasmo. Sherlock! Che non è veramente Sherlock! In un mondo non esattamente da Sherlock ma praticamente uguale! I racconti in poesia sono stati quelli che mi sono piaciuti di più. Tuttavia molti racconti mi sono scaduti nel volgare. Insomma, quello ambientato nel mondo di Matrix era carino, se conoscevi già la storia. E' più facile immaginare qualcosa di fantascientifico quando l'hai già visto. La storia su Susan Pevensie è stata assolutamente sbagliata. Non si fanno certe cose. Non è giusto stravolgere le cose ambientate in un mondo per bambini aggiungendo del sesso soltanto per darci la patina da "roba per adulti". E' volgare. C'è modo e modo di rielaborare i miti.
 Mi aspettavo una storia come American Gods, cioè un seguito della storia di Shadow, ma nemmeno le storie sul genere Il figlio del Cimitero sono state soddisfacenti. E' troppo chiedere un florilegio gaimiano senza sesso? Ahimè, rischio di rimanere a bocca asciutta per le mie prossime letture.


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#24: Amabili Resti

  La storia della morte di Susan Salmon descritta da Alice Sebold in Amabili resti (Lovely Bones in inglese) si esaurisce nel primo capitolo. Lei muore dopo essere stata violentata da un insospettabile - benché strano - vicino di casa. Che la uccide. E non è nemmeno la prima vittima di quest'uomo. Ma il signor Harvey la fa franca e nessuno sospetta di lui.
  Il resto del libro parla delle indagini della polizia, anche se non è l'argomento principale. Ciò di cui veramente parla il libro è la vita che va avanti dopo la morte di Sue, ciò che succede alla sua famiglia, al signor Harvey, ai suoi amici. In pratica è tutta una tirata sulla rielaborazione del lutto, sulle varie fasi e sul fatto che quasi ogni personaggio reagisce in modo diverso. Insomma, la mamma di Sue tradisce il marito con l'investigatore che segue le indagini. Il padre quasi impazzisce. La sorella viene continuamente confrontata con Sue finché non riesce a emanciparsi completamente dal suo ricordo e alla fine si sposa. Un'amica/non-amica di Sue può vederla e tutta la sua vita è influenzata da questo. Susan stessa vive in questa specie di Paradiso personale in cui conosce altre anime. In questo posto lei può costruire o modificare ciò che la circonda, oltre a vedere ciò che accade sulla Terra e cercare di intervenire o farsi sentire dai suoi cari.
  La cosa più interessante è forse la storia da serial killer sul signor Harvey, che non viene narrata, ma che sarebbe stato un colpo di genio approfondire. Insomma, si tratta di un thriller. Comunque, non è stato un libro molto emozionante e avevo aspettative maggiori su questo romanzo. Sorry. Però la copertina del libro mi è piaciuta. Un sacco. Ecco perchè sono rimasta imbrogliata.



mercoledì 1 aprile 2015 0 commenti

#23: Hiroshima. Per non dimenticare (storia di Yukiko)

  Non amo i libri storici che parlano di persone vere o comunque presentate come tali. A meno che non siano diari - e i diari tendono a essere molto noiosi, se non si è appassionati al genere e disposti a sorbirsi i giri mentali di un'altra persona - non li ritengo plausibili. Insomma, puoi fingere di essere una persona storicamente vissuta, che ha sofferto e parlato e mangiato e pianto e respirato, ma non potrai mai sapere che cosa ha realmente pensato o provato. La storia di Yukiko purtroppo appartiene a quel genere di libri che ti costringono a leggere per scuola. Ci sono persino delle tracce per temi alla fine del libro! E' stato scritto da Camilla Salvati e risale al 2004. Sono poco più di 90 pagine e lo si legge in mezz'ora.
  Ammetto di averlo letto solo perchè mia sorella ne aveva decantato le lacrimevoli proprietà e io talvolta sono tanto masochista da volermi commuovere grazie a un bel libro scritto bene. La vicenda di Hiroshima e Nagasaki è terribile. In casa abbiamo un altro libro sull'argomento, che io evito accuratamente di leggere nei miei giorni della luna per evitare di allagare casa e di consumarmi gli occhi a furia di lacrimoni. E' oggettivamente terribile. Il fatto poi che mia sorella ne sia rimasta commossa senza avere particolari ormoni in circolo mi aveva incuriosita ancora di più. E. Invece. No.
  La storia di Yukiko è triste, anche perché uno sa già che, 99 casi su 100, se leggi una storia sull'atomica, qualcuno alla fine muore, di solito il/la protagonista. Il problema è che il libriccino in questione è scritto male. Ci sono errori di stampa. Ci sono palesi orrori di ortografia, come "cigliegio". Per parecchie pagine ho pensato che fosse stato scritto subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, dato l'uso di parole che, bene o male, tendevano all'arcaismo, e invece no. Poi ho creduto che lì dove erano presenti simili errori l'autrice cercasse di ricreare il linguaggio sconnesso della protagonista, che è giovane e ci mette metà libro a morire. La tesi funziona solo fino a un certo punto, cioè quando, molto in teoria, da quello che ho capito, sono riportate delle pagine dal diario che Yukiko scrive non appena si riprende dall'esplosione.
  E' una storia pacifista, e molto. Piacerà a chi si vuole nutrire di viaggi mentali di un'europea su un disastro tragico vissuto da persone di mentalità e cultura orientale.


 
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