giovedì 15 ottobre 2015 0 commenti

#66: Il club Delle lettrici

Mi sono resa conto da poco che Il club delle Lettrici di Jennifer Scott è molto recente. Talmente recente che la buona vecchia Wiki (ormai ci chiamiamo così) non ha nessuna voce al proposito. Meglio così, non farò influenzare i miei ricordi del libro da un riassuntino internautico. Con (poco) ordine: ci sono tre modi di approcciarsi ai libri nella propria vita.

  • i libri distruggono la tua vita. La protagonista, Jean, fa parte di un club di lettura che la sta aiutando (ma neanche così tanto) a uscire dal suo lutto. Le è morto il marito ed è una signora di una certa età con dei sentimenti. Lei era ed è molto attaccata al marito, che rivive attraverso oggetti o esperienze non più condivise. Ad esempio, lei e lui leggevano insieme e ora non possono più. I libri sono la fonte di un dolore profondo e di un piacere sottile, come diceva quello.
  • i libri ti sono indifferenti. La figlia di Jean è alcolista, il genero non sa cosa fare e sbologna la propria figlia a Jean. Loro non sono dei lettori. 
  • il più delle volte, infine, i libri ti salvano la vita a prescindere dalla tua posizione nei loro confronti. Jean, sua nipote, sua figlia, sono tutte salvate da un club letterario fatto di persone che comunque, come tutti, hanno le proprie difficoltà (e nel caso del libro, anche di un certo spessore).
Conclusione: leggete. Fondate club del libro, condividete quello che pensate sui libri che leggete, fate spargere l'amore per la lettura nel mondo, a prescindere dal fatto che leggiate su un e-book o su cartaceo. Tutto va bene, purchè sia lettura. Leggete qualsiasi cosa, fino ai libri per bambini, quelli di stoffa, fino ai saggi sulla rifrazione delle particelle (che hanno delle immagini bellissime)! 
 
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#65: I Ragazzi di Anansi

Come non mi stancherò mai di ripetere, a me Neil Gaiman piace. E se non mi piace ciò che scrive, mi piace lo stile. Se non mi piace lo stile, mi piace ciò che scrive. E se nè stile nè storia hanno attirato i miei favori, quel libro non è stato scritto da Neil Gaiman. I ragazzi di Anansi mescola parecchi generi. Da una parte, l'attualizzazione del mito africano delle divinità africane: Ragno, la Donna Uccello, Tigre e tutti gli altri. E poi, dopo la mitologia, c'è la storia d'amore e di crescita personale. C'è persino un po' di storia poliziesca e di fantasmi. Insomma, sembra quasi di vedere un accattivante cartellone fuori da una minuscola tenda da circo in cui promettono spettacoli incredibili e talmente dissonanti fra loro da stare praticamente bene insieme e si è sicuri che sarà il miglior spettacolo mai visto di sempre. In realtà, quello che alla fine c'è in un libro- quello che rimane, quello che ci ricordiamo - è ciò che è piaciuto. E a me è piaciuto un sacco che fosse una storia di storie sulle storie, un continuo mescolarsi di magia vera e impossibile (tipo Ragno che fa credere a tutti, compresa alla fidanzata del fratello, di essere Ciccio Charlie), talmente impossibile da essere l'unica spiegazione probabile. E anche se sai che certe cose non esistono, ti viene un po' da guardarti intorno e chiederti se non stia succedendo veramente qualcosa sotto i tuoi occhi che tu stai registrando come normale o che non stai registrando affatto, tipo elefanti in tutù o dei africani seduttori. Resta il fatto che viene anche della compassione all'inizio nei confronti di Ciccio Charlie (be' a me è venuta una gran tristezza blu per almeno tre quinti di libro!) e poi dopo non lo sopporti più perchè e cresciuto. E Ragno invece le ha prese. E Anansi torna. Hallelujah. PS lo stesso Anansi di American Gods!!!
E poi mi piace molto di più la copertina inglese che quella italiana, ma vabbè. Il convento passa questo.
          

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#64: Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo. Lo scontro finale

E giunsi infine al termine di un lungo e periglioso viaggio costellato di tradimenti e lealtà, fraintendimenti ed equivoci, patti e alleanze. Insomma, sono arrivata a questo quinto libro e accidenti!, certe cose erano scontate, ma altre proprio no. Innanzitutto, scrivere che i migliori fra i personaggi debbano morire, è veramente un colpo basso. Percy diventa il nuovo Achille, con tanto di senso di invincibilità (in un certo senso, da dopo l'immersione nello Stige, il racconto si fa più impersonale, meno umano. Percy ha perso una buona fetta della sua moltezza.) . Tanto per cambiare, la città di New York, cuore del mondo e sede dell'Olimpo, è in pericolo. Tutti-ma proprio tutti- vi si stanno dirigendo stile grafite verso un magnete. Ho intuito il tradimento di lei (insomma, non voglio rovinare la sorpresa in maniera così evidente. Non sto affatto parlando di Silena.) molto prima di scoprirlo nelle pagine, così come Rachel. Lo sapevamo tutti. E l'ovvia redenzione di Luke è stata la ciliegina sulla torta di un finale veramente debole. Per carità, io non appartengo alla fascia di età che la copertina mi propone, ma anch'io so leggere e un buon libro è un buon libro se lo leggi a 5 anni come a 99 (come i puzzle della Ravensburger!). Ora devo solo aspettare che mio fratello mi proponga altre novità sul destino di PJ & Company, quindi non vorrei suonare troppo sarcastica, ma non ne vedo l'ora.


mercoledì 14 ottobre 2015 0 commenti

#63: Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo. La Battaglia del Labirinto.

Sono finalmente arrivata al quarto libro della serie di Percy Jackson. Ho intenzione di fare la tirata almeno fino al quinto, dove le cose si assestano un po' VERSO L'INEVITABILE TRAGEDIA! Comunque. Lo sappiamo tutti che SPOILER Luke fa una fine di merda. C'era da aspettarselo. Allora, con ordine: qualcuno mi sa spiegare perchè cavolo Percy si fa trovare con Rachel, che se lo sbaciucchia un po', all'inizio del libro? Effettivamente il loro grande legame viene raccontato un po' più avanti nel libro, ma mi lascia ugualmente perplessa. E poi la figaggine del Labirinto, con tutti i paralleli che Percy sogna con il passato, e il fatto che sia vivo e che alla fine anche Pan - l'introvabile e impensabile Pan- faccia la sua brava comparsa, per poi morire. Confesso che desideravo ardentemente che non facesse il passaggio di consegne che ha fatto, ma che Grover diventasse il nuovo Pan. Lo desideravo veramente tanto. Però immagino che sia lo stesso problema di chiamare il grandissimo Dedalo con un nome molto romano. A prescindere dai viaggi che si è fatto, ma non potevate chiamarlo David o Michael o anche un nome che comunque avesse a che fare con l'abilità e l'ingegno del più grande architetto mai non-esistito (come gli alieni delle piramidi...)? E poi muore.
E' stato uno dei libri della serie di PJ che per adesso mi è piaciuto di più. Alla prossima puntata.

martedì 29 settembre 2015 0 commenti

#62: Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo. La Maledizione del Titano

La storia di Percy Jackson ha un che di birichino. Ti smonta i miti sotto il naso e te li rimonta, ridendo sotto i baffi e ammiccando, come dei prestigiatori che ti facciano capire il trucco durante la magia.
Finalmente gli orizzonti si sono aperti e le pedine cominciano a disporsi sulla scacchiera. Entrano in gioco personaggi come Bianca e Nico D'Angelo, Zoe (IO L'AMO!) e finalmente si capisce un po' di più il carattere di Talia e il suo legame con Luke e Annabeth. Io ho visto dei disegni raffiguranti Talia come una dark non punk. Effettivamente, i suoi problemi col papà (=Zeus) la deprimono un po'. La sua figura di ragazza vissuta viene tuttavia annientata dallo splendore di Zoe. No, sul serio: capo delle Cacciatrici di Artemide, in vita da centinaia di anni, forte e severa, figlia di Voi-Sapete-Chi e scappata per colpa di Voi-Sapete-Cosa. E le succede l'Innominabile. Alla fine persino la stupida fine di Bianca viene accettata e giustificata in virtù del personaggio di Zoe. E le origini di Bianca e Nico allora??? E la nuova immagine di buono crudele che Luke vuole dare mentre Annabeth gli sbava dietro? E poi, l'adorabilità di Bessie, l'Ofiotauro (ammetto di averne sentito parlare per la prima volta in PJ...vergogna su di me!)...Insomma, un altro capitolo di questa storia che potrebbe protrarsi all'infinito. Il primo incontro con Rachel è memorabile.


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#61: Harry Potter e la Pietra filosofale

Io non sono una Potterhead. So che questa non è una colpa, perchè i gusti sono gusti, ma Harry Potter (il film, non il libro) non. Mi. E'. Mai. Piaciuto. Mai. Ho avuto una specie di rifiuto fin dall'inizio, senza aver mai letto i libri se non il terzo della serie (semplicemente perchè me l'ha regalato una zia nonostante il divieto dei miei genitori. Diciamo che troppa magia è proibita nella mia famiglia). E anche quello non è che mi facesse impazzire. La cosa divertente è che non ho mai capito perchè Harry Potter - come libro, film o personaggio - piacesse così tanto. Per me non ha mai avuto senso. File e file di persone davanti alle librerie, manco fosse Tolkien (Tolkien prima dei film, ovviamente! Tom Bombadil rocks!!!). Comunque, i gusti sono gusti. Ho subito critiche da una sacco di persone per la mia fissa con il Silmarillion, quindi Harry Potter poteva piacere a chiunque. Ultimamente ho avuto la fortuna di incappare in un sito di libri. Tra gli scaricati ho deciso di infilare anche HP, ovviamente tutti, per cercare finalmente, in un'età un po' più critica, cosa abbia di speciale quest'opera. Be', per adesso, è un libro per bambini che parla di una scuola di magia. Semplicemente questo. Mi secca un po' la faccenda dei Babbani (in italiano "babbano" è sinonimo di babbeo :-( ), di questa specie di rifiuto tecnologico dei maghi. Ci sono alcune imprecisioni sulla pietra filosofale e sull'alchimia, ma le versioni sono tante, come per la mitologia greca. Effettivamente, mi è piaciuta la scena degli scacchi...ma per il resto è una storiella, che rientra perfettamente nel suo genere per bambini. Mi aspettavo, da brava secchiona, di trovare un po' di fascino nella figura di Hermione, ma per adesso non sento alcuna ispirazione. Mi verrà con i prossimi libri, suppongo. Alla prossima puntata con HP allora!


lunedì 28 settembre 2015 0 commenti

#60: The Help


Certi romanzi richiedono impegno per essere letti. In certi punti sono pesanti, quasi come passi nel fango profondo (eh, sì, esiste il fango profondo così come esiste quello di superficie. La differenza consiste nella quantità di pianeta che poi uno si ritrova nelle scarpe...). The Help di Kathryn Stockett non appartiene a questo genere di romanzi. Ho vissuto di questo libro per un giorno e mezzo, mettendo a dura prova la mia vescica, tenendo persino conto che questo è il mio primo libro completamente letto nell'e-book. La storia è narrata coralmente: ci sono alcune domestiche negre, ognuna con il suo carattere e il suo modo di approcciarsi alla propria condizione; ci sono le donne bianche, ognuna con i propri pregiudizi razziali e classisti. La storia si fa praticamente da sè, se non fosse che per la sua intensità e per il suo fattore di non so neanch'io cosa, perchè si tratta di quello che ci tiene col naso attaccato alle parole per non perderci nemmeno un istante della storia. A me The Help è piaciuto. Molto più di 12 anni schiavo, nonostante parlino più o meno degli stessi argomenti. Ormai ho passato il pdf a tutti quelli che conosco, anzi, avendone la possibilità, se qualcuno me ne fa richiesta sulla mail (estcaprifoglio@gmail.com) glielo passo volentieri. Spargiamo l'amore! Continuate a leggere!

venerdì 31 luglio 2015 0 commenti

#59:La Galleria dei Mariti Scomparsi

 Juliet Montague (quanto è parlante questo nome?!?!) non può muoversi. Nella sua vita è immobilizzata a causa di una spiacevole condizione. ha due figli, ma nessun marito. Cioè, il marito c'era, poi è scomparso e l'ha abbandonata. Il romanzo di Natasha Solomons (cfr post #19, praticamente secoli fa!) si snoda in un ambiente ebraico molto conservatore. Juliet è una specie di outsider, non mangiando kasher tutti i giorni che deve o non compiendo tutti i rituali della brava ebrea. Però è brava a capire l'arte. E mette su una galleria di artisti - di talento e non, amici e non, di ogni genere e religione - solo con il suo fiuto per le cose belle. Non è una cosa molto da ebrea e i suoi glielo fanno notare. Però il suo essere così com'è, con i piedi in due staffe - il mondo della sua famiglia e della tradizione e il mondo brillante ed effervescente dagli Anni Sessanta in poi - la confondono. Lei è un' agunah, ma quando si trova l'amante lo fa persino a discapito dei figli. Quando scopre che il marito che l'ha abbandonata in realtà è fuggito in America dalla sua famiglia precedente, che lui credeva sterminata, lei va avanti.
  Questo libro mi ha lasciata leggermente perplessa. E' scritto bene, per carità, e ci sono parecchie sensazioni "artistiche" che evocano mondi non destinati a noi comuni mortali. Però nessun personaggio ha catturato il mio cuore e il finale, aperto e chiuso e inconcludente ma misteriosamente conclusivo, non mi ha emozionata.

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#58: La fabbrica delle Meraviglie

Sharon Cameron non è una scrittrice come tutti gli altri. Su Goodreads risponde tranquillamente a chi la contatta educatamente. E' vivace e brillante, come si può ben notare. Ebbene, fra un capitolo di storia moderna e un altro, nel momento in cui mi sono trovata alle prese con il suo romanzo, sono subito rimasta colpita dal fatto che il suo romanzo mi sia veramente piaciuto. Non succede spesso che racconti alla Jane Austen colpiscano la mia fantasia, ma ciò è accaduto. La magia della lettura non ha avuto un vero e proprio inizio, dato che quando ho cominciato, complice il risvolto di copertina, avevo già ben in mente il tipo di storia che avrei letto, con tutti i miei pregiudizi di genere. E invece il personaggio troppo femminile di Katharine Tulman, diciassettenne inviata dalla terribile zia a controllare la salute mentale di un ricco e bizzarro zio, è stato presto soppiantato dagli altri personaggi e dalla storia di per se stessa. Non dico di aver capito fin dalle prime righe chi era il signor Lane Moreau (VOGLIAMO PARLARE DEL FINALE??? Ma qualche angioletto buono della rete mi ha spoilerato l'esistenza di un secondo volume legato a questo romanzo...*grandioso sospiro di sollievo*), o del fatto che il signor Ben Alridge mi puzzava di poco di buono fin dall'inizio. Lo zio era evidentemente autistico, e d'accordo, mentre la stessa Katharine ne passa di cotte e di crude per colpa di un'intossicazione da oppiacei e per i suoi pregiudizi londinesi alla Jane Eyre. Sono in lutto per Davy e per Bertram. Questo libro però era abbastanza realistico e abbastanza steampunk alla Jane Austen da essermi piaciuto veramente tanto.


lunedì 20 luglio 2015 0 commenti

#57: La biblioteca Dei mille Libri

Il 14 agosto 1947, a mezzanotte, nacquero i due stati indipendenti di India e Pakistan. Insomma, i musulmani migrarono verso il Pakistan e gli indù restarono in India, in linea di massima. Fu un vero e proprio gioco al massacro e i giorni precedenti alla creazione dello stato del Pakistan furono stracarichi di tensione. Il libro di Irfan Master tratta di questo periodo, raccontato in prima persona da un bambino musulmano. In realtà i libri del titolo non c'entrano granchè. il titolo originale, traducibilissimo, era A beautiful Lie. Rivelatorio e straordinario. Bilal, pur di proteggere il padre in punto di morte da tutti i disordini e i pericoli che stanno stravolgendo l'India, non gli racconta niente, aiutato dai suoi amici nel difficile compito di tenere segreta la grande bugia.
  Io non vorrei sembrare pignola ma Irfan Master...

...e il suo libro...
catturano profondamente l'attenzione, più che altro per gli espedienti dei bambini e per la loro visione del mondo. Alla fine, anche se non vogliono, la loro amicizia si spezzerà per forza. E' inevitabile. E' il fato.
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#56: L'amica Geniale

Elena Ferrante è famosa. Ma tanto. E non solo in Italia, ma anche all'estero. E non si sa nemmeno chi è. Io, ad esempio, sono venuta a sapere della sua esistenza per colpa del promoter della Mondadori. Mi ha incuriosito il fatto che dietro allo pseudonimo di una donna potesse esserci un uomo, quando di solito succede il contrario. Comunque, L'amica geniale.


E' il primo volume di una saga di quattro romanzi. Tutto comincia con una telefonata nel cuore della notte: Lila è scomparsa, il figlio preoccupato chiama la migliore amica della madre di quando erano bambine, anche se lei vive a Torino, e le chiede se lei è lì. Ovviamente no, e così comincia tutta la lunga storia del periodo di infanzia e di adolescenza di Lila, Lenù e le altre persone legate nella loro vita in una delle periferie di Napoli.
Non è il genere di libri che mi piace leggere, perchè si rimane con l'amaro in bocca alla fine e perchè le trilogie, le quadrilogie e tutte quelle serie di libri che non terminano più un po' mi nauseano, come le soap opera.

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#55: La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte

Sono ancora viva! E straordinariamente sono impelagata con una gran quantità di libri che vorrei leggere ma che non ho il tempo di leggere. Circa un mese fa (infatti dovrei controllare su OPAC SEBINA, ups!) ho preso in prestito L'amica geniale e Giulio Cesare  in una delle mie biblioteche. Il primo libro è filato bene, insomma, un libro ovviamente da recensire nel prossimo post, quindi non mi sbottono troppo. Poi siamo finiti io, mia sorella e mio fratello in un'altra biblioteca mentre aspettavamo una visita dalla dottoressa. E qui è successa la catastrofe. Perchè ora ho due libri in prestito a Medicina. Due in Sala Borsa. E cinque al mio paese. E la cosa impressionante è che:
1) mi sono appena accorta che devo leggere e restituire Giulio Cesare entro il 24.
2) sto leggendo anche parte dei libri di mia sorella.
Infatti, La fantastica storia dell'ottantunenne di J.B.Morrison, era nel SUO mucchio di libri. Vabbè, si vive una volta sola.

  La storia di per sè è triste. Frank ha appena superato la fatidica soglia degli ottantuno anni; vive da solo; la figlia vive in America con la sua famiglia. E lui sta cominciando a perdere colpi. Non è stata soltanto la morte della moglie anni prima (era lei che pensava a tutto, mentre lui faceva il dandy capellone). Così tutta la storia verte sul periodo in cui Frank riceve le visite domiciliari di un'infermiera di un'agenzia, perchè si è rotto un piede dopo essere stato investito dal camioncino del latte. Kelly Natale - ma MUOIO dalla voglia di sapere qual è la traduzione inglese!- diventa la sua assistente, e Frank crolla, perchè finalmente qualcuno si prende cura di lui e lui ha qualcosa da fare, tipo farsi bello o pulire casa o far finta di mangiare sano o andare al mare con lei. Però non ha molti soldi, perchè ha le mani bucate. Non compra nulla di utile. Buona grazia che prende qualcosa da mangiare. Non può quindi permettersi di allungare il periodo di assistenza di Kelly. Questo, aggiunto alla demenza senile, è bene o male la struttura ossea dell'intera vicenda.

Piccole considerazioni:
  • quando ho visto il titolo ho pensato subito al famoso centenario che saltò dalla finestra e scomparve. Sono rimasta completamente delusa.
  • effettivamente la storia di un vecchio che non sa cosa fare della sua vita da vecchio e si gira i pollici e si annoia non è il massimo da leggere, specialmente quando una persona del genere la si ha in casa. Papà non ha i capelli lunghi però. Comunque.
  • collegato in parte alla considerazione precedente, a me seccano da matti quei vecchi ridicoli che, invece di ringraziare Dio ogni benedetto giorno per non avere la calvizie, si lasciano crescere i capelli come femminucce e vanno al bar a bestemmiare e a fare i fichi. Sì, come se potessero.


lunedì 29 giugno 2015 0 commenti

#54: Teorema Catherine

  John Green è uno di quegli autori per Giovani Adulti che, se letto ad alta voce, può produrre svariati sintomi di emotività: smorfie, ridarella, simpatia, compassione, rabbia, senso di giustizia e altro. La lettura ad alta voce di Teorema Catherine a mia sorella e a mio fratello minore rischia di rovinare i nostri pomeriggi per colpa di fastidiose risatine improvvise e di commenti inopportuni. Questo. E'. Fantastico.


  La saggezza fondamentale di uno scrittore è soprattutto raccontare bene la storia. Sembrerà inutile rimarcare il concetto, ma è così. Una storia può essere splendida e interessante, ma se non la sai raccontare bene, è la fine. Mettiamo un ragazzo prodigio di nome Colin con un forte senso di inferiorità e abbandono, condito con ben diciotto fidanzate di nome Catherine che l'hanno piantato. Aggiungiamo l'amico oriundo libanese, osservante, ciccetto. Mescoliamo con un viaggio in auto relativamente breve. Aggiungiamo ancora un paesino sperduto che produce i cordini interni per assorbenti, una Lindsey e un secondo Colin. E agitiamo. Insomma, giungiamo in un mondo pieno di sitzpinkler, dove un arabo e il suo amico kafir sparano a maiali selvatici e leggono 400 pagine di libro al giorno, ciccialculandosi a vicenda per superare i loro problemi. E il problema fondamentale alla fine è imparare a raccontare bene una storia.

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#53: Immortale Odium

  Ho cominciato a leggere Rino Cammilleri un po' di tempo fa. Nel senso che ho letto L'inquisitore, Il crocifisso del Samurai e ora anche Immortale Odium. Niente male. A me piacciono i romanzi storici e quando poi sono in grado di trovare dei riscontri nella mia (pressochè assente) preparazione storica, sono in brodo di giuggiole. Insomma, un conto è leggere qualcosa che parli di draghi, fate, hobbit e quant'altro, un conto è invece leggere qualcosa sì di completamente inventato ma anche didattico. Facilmente didattico. Insomma, la faccenda del miele e della medicina per Lucrezio. O per quell'altro famoso, della Gerusalemme Liberata. Stesso concetto. Se ti diverti, impari di più e meglio.


  La storia riguarda una serie di assassinii in un tempo volutamente imprecisato dopo la caduta dello Stato Vaticano. Due preti napoletani sono incaricati dell'indagine, ad essi si aggrega un commissario di polizia. La trama è avvincente (se non hai già letto L'inquisitore, però). Gli interventi a capitoli alternati di un misterioso vecchio, in grado di vedere i fili dei burattinai mentre racconta a ignoto interlocutore (ignoto fino alla fine, quando infine viene rivelata l'identità di entrambi questi personaggi), sono forse noiosi se non si è interessati ai misteri sulla carboneria o sulle sette massoniche e le loro attività in Europa. Il libro però vale la sua lettura. Non appena ho i soldi potrei addirittura comprarlo.


domenica 28 giugno 2015 0 commenti

#52: Una mano piena di nuvole

  Questo romanzo di Jenny Wingfield è stato puramente accidentale.  E' tutto cominciato perchè mi sono messa in testa di cominciare a frequentare la Scuola di Archivistica e per arrivarci passerei SEMPRE davanti alla Mondadori. Ma sempre sempre. Fuori c'erano i promoter, così ho fatto la tessera alla Mondadori e ho comprato due libri. Tra cui Una mano piena di nuvole. Era il libro migliore nello scaffale di quelli a prezzo più basso (avevo dietro solo otto euro) e il promoter, carinissimo, mi ha fatto scegliere per tutto il tempo che avrei dovuto impiegarci. Così, nascosto dietro ad altri libri meno appetibili di argomento melenso o erotico o saggistico, ho trovato il faccino simpatico della bimba della copertina.

  La copertina non era male, il titolo neppure, e così mi sono trovata in mano questo libro. La storia è soprattutto su Swan Lake, figlia di un pastore metodista momentaneamente disoccupato. Per questo si sono trasferiti dai genitori della sua mamma, che ospitano anche uno zio con la moglie. So che alla fine la storia è incentrata su Swan che prende in simpatia Blade, il figlio di un addomesticatore di cavalli senza scrupoli verso uomini o animali, salvandolo ripetutamente dal padre. So che buona parte del libro è fantastico solo per i nomi dei personaggi: Swan (=cigno), Blade (=lama). Winnadee (di etimo incerto), Ras Ealtri. Ma la parte migliore è lo zio Toy che occupa la pole position per la figolandia alè alè di tutto il libro. Chi non ama zio Toy non ama me.
giovedì 28 maggio 2015 0 commenti

#51: una Storia dell'Essere tempo

  Questa storia, scritta da Ozeki Ruth (prima il cognome e poi il nome, mi raccomando!) è l'intreccio fra la vita di Nao e la vita di Ruth. Ruth trova in spiaggia un contenitore di Hello Kitty con all'interno una serie di documenti. Il contenitore è stato sicuramente portato lì dall'oceano in seguito allo tsunami del 2011. I documenti sono in parte scritti da Nao, ovvero un diario all'interno della copertina di Alla ricerca del tempo perduto di Proust. Altri sono invece scritti di pugno dal prozio di Nao, un giovane studente costretto dalla guerra a diventare kamikaze contro la sua volontà. E' un libro soprattutto per chi ama tutto ciò che è mistico ed è collegato alla filosofia buddista come ricerca dell'illuminazione divina verso l'amore universale.


martedì 26 maggio 2015 0 commenti

#50: Will ti presento Will

  Will ti presento Will (Will Grayson, Will Grayson), scritto da John Green e da David Levithan (il cui nome ha sangue nero e vive nel purgatorio dei mostri...), è una cosiddetta storia LGBTQ per YA. Io adoro gli acronimi e mi sembra abbastanza semplice sciogliere questo: Lesbian Gay Bisexual Transexual Queer per Young Adults. Non sono effettivamente un'avida lettrice di lacrimevoli storie d'amore e perversioni di vario genere (da De Sade a fumetti di vario genere), ma il nome di John Green è stato una lampada acchiappamoschine e quindi non appena ho trovato il pdf per ebook ho pensato: "E che diamine! Prendiamo la scatola chiusa e vediamo se il gatto è vivo!".
  A parte la citazione Schrodingeriana che ho appena fatto del libro, il gatto si è rivelato un pupazzo di pezza, morbido e con gli occhietti di biglia (perchè sono due, altrimenti sarebbero triglia...). Nè vivo nè morto. Una volta capito cosa avevo in mano, ho deciso di andare fino in fondo, perchè nessun libro merita di essere lasciato a se stesso.

                 
  In pratica è la storia di due persone con lo stesso nome le cui vite si intrecciano, fra amici, delusioni amorose e fidanzati/e. La parte migliore è stata sapere che all'inizio Will Grayson è stato scritto da John Green e will grayson da Levithan. E le differenze fra maiuscole e punteggiatura a seconda della persona che narrava la vicenda. Questo è stato molto interessante.
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#49: Estasi Culinarie

  In Estasi Culinarie Muriel Barbery si cimenta ancora nella scrittura variabile di un romanzo corale, a più voci narranti. Stavolta l'occasione non è, come nell'Eleganza del riccio, l'intreccio di due vite così lontane eppure così simili, quella di Paloma e quella di Renée, ma la morte di un personaggio già presente nella precedente opera della stessa autrice, Monsieur Arthens, il grande critico di gastronomia (il titolo originale del libro è Une gourmandise, che pressapoco significa "Una golosità", un po' come se noi italiani intitolassimo un libro come "Una leccornia", che come termine mi piace maggiormente). Questa golosità è provata da Monsieur Arthens, che in punto di morte, tradito da un cuore malato, cerca un'ultimo cibo da gustare, anche se non riesce a sviscerare precisamente questo suo desiderio. Tutto il libro fa perno su questa ricerca, all'indietro nel tempo e nella memoria, e viene accompagnato dai commenti di coloro che assistono alla sua morte, tra cui la portinaia, o una famosa chef o i figli e la moglie. Sembra quasi ridicola la richiesta finale di Monsieur, che aveva tanto disprezzato le madeleines di Proust all'inizio del suo viaggio nei ricordi di come era diventato un famoso poeta culinario, a discapito della famiglia e dei veri affetti. Questo libro è una vera opera di poesia.

venerdì 22 maggio 2015 0 commenti

#48: Novecento

  Il film della Leggenda del Pianista sull'Oceano mi commuove sempre. Non tanto fino alle lacrime, perchè alla fine è una buona storia, ma ci arriva vicino. Il libro di Alessandro Baricco non è altro che l'origine della storia. Identica. Senza Morricone, ma con le indicazioni di scena per questo monologo meravigliosamente corto e intenso. La sensazione è stata quella di affondare la faccia in una pentola di ricordi, stare lì un'oretta - il tempo giusto giusto per gustarsi al meglio le venti pagine raccontate con maestria e sentimento - e poi rimuginare sul significato della vita e su tutto il resto.

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#47: Addio, e grazie per tutto il Pesce

Douglas Adams, signore e signori. L'abilità di quest'uomo di spararti nel cervello una serie di immagini e storielle senza senso, in una carambola impazzita di miti e di disillusioni, mi lascia ogni. Singola. Volta. Senza fiato mentale. Chissà se i cervelli respirano. Devo dire che quando mi scappa da ridere leggendo le righe finali dei libri di Adams, così assurdamente aperte per un nuovo capitolo, non rido mai ad alta voce. E' questione di etica professionale, e anche di grande imbarazzo nel caso stia leggendo in pubblico. In corriera faccio già abbastanza la strana mentre leggo dall'ebook, non mi aiuterebbe certo ridacchiare fra me e me. Ho una nomea da mantenere.

  Quando mio fratello mi ha chiesto di che cosa trattasse Addio, e grazie per tutto il pesce, gli ho detto che parlava dei delfini che cantano all'inizio del film di Guida galattica per autostoppisti. Effettivamente, non potevo dirgli altro, dato che alla fin fine non c'è veramente scritto altro. Potevo parlargli delle acrobazie erotiche di Arthur Dent, o di Wonko l'Equilibrato. Non avrebbe però reso giustizia all'intero libro, quindi gli ho rovinato il finale dicendogli come sarebbe andata a finire. Comunque, non è successa nessuna tragedia, perchè non gliene è importato granchè - aveva già visto il film - e mi ha solo ricordato che sono indietro sulla tabella di marcia e che devo finire la serie di Percy Jackson. Mio fratello tende a essere minacciosamente tirannico quando si tratta del suo amato Peter Johnson.

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#46: Io sono il Messaggero

  Quando ho cominciato a leggere Io sono il Messaggero di Markus Zusak (ho mai detto quanto mi piace scrivere il nome di questo scrittore?), avevo ancora dietro le pupille le vivide immagini della Storia di una ladra di libri. Come ho già scritto, lo stile di Zusak è inconfondibile. Sono stata, ancora una volta, guidata attraverso una storia preziosa e incantata.


  Ed Kennedy, l'esempio di ragazzo qualunque, con tre amici, una madre che lo insulta e il lavoro di tassista, viene scelto. Da chi? Perchè? In che modo potrebbe tutto cominciare con una stupidissima rapina in banca finita male? E alla fine, che senso ha avuto far diventare Ed un eroe agli occhi del suo quartiere, se alla fine il tutto si limita a questo? (Domande segnate sul mio taccuino all'una di notte).
  Mi è piaciuta una sacco la parastoria intorno alla vera storia. Ed si è rivolto al lettore, ha tirato in ballo lo scrittore, ha accettato il suo destino di personaggio, di marionetta mossa da altri. Il tempo, sapientemente distribuito dall'autore, è stato dalla sua parte perchè risolvesse le beghe dei suoi amici, sviscerandole con un'attivita voyeuristica di primo livello, giustificata da un fine superiore. E alla fine, realizzazione delle realizzazioni, ha la ragazza che vuole, che si innamora di lui perchè è finalmente diventato qualcuno. Ho un rapporto di odio e amore nei confronti di questa storia. Peerò so per certo di aver accarezzato l'idea - non tanto segreta se ne sto parlando sul blog - di diventare tassista.
giovedì 21 maggio 2015 0 commenti

#45: Big Fish

Il film ricavato da questo libro è quello con Ewan McGregor nei panni del protagonista, Mr Bloom. Effettivamente, questo è tutto ciò che so riguardo al film. Il libro invece è qualcosa di assurdamente affascinante.


  Mi piace sentire le persone raccontare se stesse. Ciò che faccio più spesso è interrogare più persone sullo stesso evento, fingendo di non saperne nulla, solo per conoscere il loro punto di vista. Quello che ognuno racconta, ha in sé la persona che lo racconta. Ogni libro è fatto così, in particolare i libri autobiografici o, come nel caso di Big Fish di Daniel Wallace, di figli che raccontano i padri. C'è una certa amarezza di fondo, che percorre tutto il libro. Il figlio di Mr Bloom sente la mancanza di un padre vero e normale, cosa che invece Mr Bloom non è. Le interpretazioni fantasiose di Mr Bloom sugli avvenimenti della sua vita, dalla nascita alla morte, non sono altro che le fondamenta della leggenda, e alla fine diventa LA LEGGENDA, pura e semplice, anche davanti a occhi pietosamente scettici. Le sue assenze dalla vita della sua famiglia, i suoi viaggi...Tutto questo insieme di lontananze non fanno altro che alimentare la fiamma delle sue storie, il suo alone epico e leggendario. Persino la sua morte, la livella, non è capace di renderlo normale. Persino la malattia, che ci rende nudi e fragili davanti a coloro che pietosamente assistono. Mr Bloom, una battuta spiritosa dietro l'altra, con la sua incapacità di rimanere serio, se ne esce con questa specie di balletto alla Fred Astaire, e infine, come Macbeth, esce di scena. Muore.

lunedì 18 maggio 2015 0 commenti

#44: Seta

  Non sono un'abituale lettrice di Baricco, anzi. Per colpa di quella disgraziata opera di Omero, Iliade ho sviluppato fin dal liceo una specie di antipatia a pelle nei suoi confronti. So tuttavia che non posso fermarmi davanti a vecchi pregiudizi, perchè molto speso mi sono persa dei libri bellissimi, solo per colpa di brutte copertine o di varie dicerie sul loro conto. Anche Seta è frutto del mio e-book e la sua brevità, all'inizio, mi ha lasciata particolarmente sconcertata. La storia di Hervé Joncour è stata una scoperta. In sole trenta pagine, la poesia di una storia d'amore immaginaria nasce, brucia in una vampa al magnesio e si spegne, fra cose non dette e bugie incredibilmente verosimili e inaspettate.


La potenza evocativa di questo libro è incredibile. Il nome del lago Bajkal - nella ripetizione cantilenante del viaggio di Hervé per procurarsi i bachi da seta - è sempre diverso. sembra quasi di sentir raccontare una storia, di quelle vecchie, da tramandare a chi verrà dopo di noi. La donna dagli occhi non orientali, che non parla. Le lettere in caratteri giapponesi. I viaggi di Joncour. I fiori azzurri, come anelli alle dita di Mme Blanche.




  Il finale è completamente il contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare, ed è persino un lieto fine avvolto in un'immagine di morte e di addii, invece che un trionfo di romanticume.
 Devo ringraziare un mio amico, nella cui casa ho visto il libro. Senza questa scintilla di curiosità non mi sarei nemmeno mai avvicinata a questo libro, che sa un po' di Madame Butterfly senza esserlo, con i piccoli bachi avvolti nei loro morbidi bozzoli che ricordano le farfalle.

Ps. Seta è anche un film con Michael Pitt e Keira Knightley. Dite che merita una sbirciatina?


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#43: Storia di una Ladra di Libri

  Sto bassamente approfittando del mio e-book nuovo di zecca per leggere a ogni ora del giorno e della notte, ovunque io possa trovarmi. Ho alcune difficoltà tecniche, come, ad esempio, il tempo infinito che l'apparecchio impiega a girarmi la pagina se è particolarmente scarico, ma trovo che le mie letture aumenteranno di numero e forse anche di varietà. Non sono più costretta a raggiungere la biblioteca più vicina se ho un'improvvisa crisi di abibliofobia (paura di non avere libri a disposizione da leggere. sì, direi che è il mio caso).

Storia di una ladra di libri di Markus Zusak (mi piace troppo scrivere questo nome e non ne avrò mai abbastanza!) è ambientato nella Germania prima della Seconda Guerra Mondiale, dopo le Olimpiadi in cui Jesse Owens vinse le sue quattro medaglie d'oro. Liesel è figlia di un comunista (suppongo morto), di una donna deportata (suppongo morta) e sorella di un fratellino morto sotto i suoi occhi durante un viaggio in treno proprio all'inizio del libro (e lui è certamente morto).


La storia è narrata da un osservatore esterno, che più esterno proprio non si può: la morte. Il libro mi ha presa così tanto che sono stata svegli fino alle ore piccole nella notte fra sabato e domenica, dopo aver ricevuto il permesso da mia sorella minore. Lei dice che sono un'entità rassicurante, se leggo mentre lei cerca di addormentarsi, quindi ne approfitto. Voglio rimarcare che la Storia è scritta veramente bene, talmente bene che nonostante tutto mi è piaciuto sul serio e anche se in parte si è trattata dell'ennesima tirata sugli ebrei, non era completamente concentrato sugli ebrei. Mi sono quasi commossa, alla fine -SPOILER! Muoiono tutti tranne Liesel. E suppongo sposi Max prima di trasferirsi a Sidney.  Come dico e come ripeto, Markus Zusak scrive in un modo che mi piace molto. Mentre leggevo, era come se fossi avvolta dalle sue parole, e pochi libri mi danno questa sensazione. Ultima noticina: il papà adottivo di Liesel mi sta molto simpatico, specialmente per come tratta Liesel fin dal suo arrivo.
  Altre notizie su opere di Markus Zusak a presto!
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#42: Orgoglio e Pregiudizio e Zombie

  Forse non sono io ad avere un problema. Forse Seth Grahame-Smith ha avuto un'infanzia difficile, circondato da sorelle talmente appassionate di Jane Austen da avergli fatto fare il grande passo ribelle contro l'autrice più letta dal pubblico femminile.


I miei motivi per leggere questo libro:
  1. Esiste il formato e-book, scaricabile gratuitamente.
  2. Mia sorella dice che le ha smontato il suo mitico libro preferito.
  3. La copertina.
  4. Matt Smith nella serie televisiva (e questo è un validissimo motivo!)
  5. La capacità di questo libro di riempire buchi narrativi e di stravolgere interamente la trama di Orgoglio e Pregiudizio della maestra Austen lasciando intatto il senso del libro.

Questo libro è mitico. Io non sono esattamente un'ammiratrice di Jane Austen. Sì, l'ho letta. Ho letto TUTTO QUELLO CHE HA SCRITTO, compresa la sua raccolta di lettere e alcune opere minori. Ma questo libro è forse la cosa più spassosa, esilarante, assurda all'ennesima potenza che io abbia letto dopo John Green.
venerdì 15 maggio 2015 0 commenti

#41: la Salvezza di Aka

Avevo intenzione di fare tutto per bene. Avevo il libro, una penna, un foglietto su cui annotare voci importanti e sensazioni man mano che progredivo nella lettura. Risultato? Ho perso il foglietto.


Per almeno 15 minuti la mia vita ha perso senso. Insomma, avevo annotato cose tipo: "Ursula K. Le Guin" e "Sutty" e "Farenheit 451" e altre robe del genere, fra cui il fatto che la protagonista è lesbica, il libro parla di sherpa possessori di antico sapere tramandato soprattutto oralmente in un mondo che è post-futuro, su un altro pianeta, dove la giovane indo-canadese Sutty si è trasferita per conoscere le culture e le storie di questi nuovi pianeti ed è rimasta delusa dal regime in stile Farenheit 451, così alienante e, purtroppo, così simile a quello della Bussola d'Oro, da pormi così tanti pregiudizi mentali, un po' come una palizzata nel cervello. Cose così. La vita di questa parte del mondo, più puro e semplice, è legata a una filosofia similbuddhista, e va bene, perchè può darsi di tutto sugli altri pianeti, no? Insomma, dando un'occhiata a serie televisive stile Star Trek e Doctor Who o guardando Star Wars uno si fa un'idea molto eclettica del resto dell'universo. Questo libro mi ha attirato soprattutto perchè è stato scritto da Ursula K. Le Guin. Insomma, la copertina non è granchè per una minimalista come me.


Si tratta di un viaggio spirituale di una persona ben disposta nei confronti della sapienza in tutte le sue forme, ma con quel pizzico di minestrone cosmico tipico delle filosofie orientali. ADORO l'idea delle caverne a 5000 metri d'altezza che possiedono al loro interno delle biblioteche gigantesche, magari le ultime del pianeta. Adottatemi.


martedì 12 maggio 2015 0 commenti

#40: La Vita, L'universo E tutto Quanto

E' universalmente riconosciuto che Douglas Adams sia un genio. Incompreso? Forse. Volgare? Talora. Ma ha contribuito ad aumentare il livello di soddisfazione nell'intera Via Lattea e i suoi libri sono una fonte inesauribile di ispirazione per il più becero sarcasmo. Io lo adoro praticamente soltanto per questo. 
In questo terzo capitolo sulle avventure di Arthur Dent la situazione irreale verte sul gioco del cricket, sulla sua invenzione malsana e sanguinaria e su quanto i computer siano dannosi per il genere umano. Purtroppo il grande amore della mia vita - il robot Marvin - ha veramente una minima comparsa all'interno di questo libro, ma mi rassegno, come sempre, e aspetto il prossimo appuntamento con Douglas Adams, sperando di ritrovare segni della nera depressione del mio robottino preferito.


lunedì 11 maggio 2015 0 commenti

#39: Un'inquietante Simmetria

Audrey Niffenegger è diventata la mia scrittrice donna preferita. Aveva già parlato di lei nel post #22, per il suo romanzo che è diventato un film (ps: l'hanno fatto di recente in televisione!), ma penso che si sia cimentata al suo meglio nella storia raccontata in Her Fearful Simmetry.



  1. Chi ha notato la somiglianza - in realtà la citazione - dalle Songs of Experience  di William Blake, in particolare da The Tyger (voi non mi vedete, ma sto alzando la mano, peggio di una scolaretta elettrizzata dal caffè!)?

What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?

  1. Quanto sembrano passate di moda le storie di fantasmi, specialmente per le persone della mia età? Insomma, noi non leggiamo più E.A.Poe, a meno che non siamo fortemente motivati (parlo per me. Magari in giro c'è un gruppo di sfegatati fan di Edgarino. Ragazzi, vi lovvo!)
  2. LA CITAZIONE A DOCTOR WHO DELL'ERA DI DAVID TENNANT!!!
  3. Per ora non mi viene in mente altro.
Comunque. Magistrale. La malattia di Martin. L'amore di Marijke per Martin. L'incredibile colpo di scena delle gemelle Edwina (Edwina!) ed Elspeth. Rileggerò questo libro. A breve. E' una promessa.
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#38: Belle per Sempre

Mai fidarsi delle persone dal loro vestito. L'abito non fa il monaco. La frutta è più bella sotto la buccia che fuori. E mai giudicare un libro dalla copertina, perchè, nel bene o nel male, rischierai sempre una grossa delusione. L'immagine di copertina di Belle per sempre  di Katherine Boo è stata il mio specchietto per le allodole.

Vorrei che tutti si concedessero un momento per ammirare la bellezza della foto di copertina. Dopo aver tutti sospirato di fronte all'immagine suggestiva, vorrei solo rimarcare il fatto che, se non avessi ostinatamente terminato il libro e letto la postfazione della scrittrice, avrei bocciato il libro come uno dei peggiori ce mi fossero mai capitati. Invece, è una storia vera. Di persone vere, o comunque verosimili. Gente in carne e ossa che combatte ogni giorno per la sopravvivenza, contro la corruzione, per la corruzione, contro i ricchi, contro i poveri. Ad averlo saputo prima, avrei affrontato la lettura in modo diverso. Mi sono quasi commossa per il personaggio di Manju, che cerca di riscattarsi al suo meglio tramite la cultura e che invece ha una madre superficiale e profonda allo stesso tempo. Il libro ha risvegliato in me il leone compassionevole dell'indignazione contro la situazione impossibile delle baraccopoli, contro il mito del Terzo Mondo che sta uscendo dalla povertà e dall'immondizia. Mi dispiace, ma qui Madre Teresa non c'entra più niente. Non è la povertà il problema, ma la mentalità diffusa. Questo libro apre gli occhi su molti pregiudizi affabilmente accettati e universalmente riconosciuti. C'è denuncia nelle sue immagini a volte disgustose, presentate semplicemente nella loro crudezza e nella loro umanità. Perchè, lo sappiamo tutti, l'uomo in fin dei conti è soprattutto cattivo.

sabato 9 maggio 2015 0 commenti

# 37: I pilastri Della terra

  Sono rimasta infognata per più di dieci giorni per leggere questo opuscoletto firmato da Ken Follett. Non sono state solo le 1000 e passa pagine a trattenermi così a lungo, ma l'effetto epopea che pervade tutto il libro. Infatti la trama del libro copre un periodo temporale di decine di anni, passando su tre generazioni di persone (in realtá due e mezzo, perchè non si sa esattamente ciò che succede ai membri dell'ultima generazione). L'ambientazione è medievale, ben documentata- il che è stata una piacevolissima disattesa delle mie aspettative.  Peccato il sesso e tutto ciò che ne è conseguito. Infatti, per quasi tutto il libro la trama viene interrotta con idilli romantici, quasi sempre sfocianti in coiti molto "maschili", ovvero piacevoli fin da subito. Ah, le balle che si raccontano i maschi! So da fonti certe di carattere squisitamente femminile, anche se non per esperienza personale, che la cosa all'inizio non è così piacevole come viene dipinta. Ma vabbè.
Il tomo è un po' ingombrante, ma a parte le mie riserve morali ammetto che non è niente male. Amen.


lunedì 27 aprile 2015 0 commenti

#36: La solitudine Dei numeri Primi

  Ero fortemente prevenuta nei confronti di questo libro. Estremamente piena di preconcetti. E avevo ragione. Io non pongo alcuna fiducia nei libri che parlano di adolescenti o di giovani persone ancora immature, perché:

1) il periodo dell'adolescenza è un periodo di prova e francamente nessuno può mai dare una descrizione, nemmeno inventata, su personaggi tipo Alice o Mattia (= i protagonisti) senza scadere nel ridicolo o nel grottesco senza un vero riscontro con la realtà.
2) parlare di persone immature e rendendole centro di un racconto, seppure inventato, dà la giustificazione per altre persone immature di sentirsi fighe e nessuno può dire loro nulla di nulla.
3) chi scrive di persone adolescenti o immature parla per esperienza personale (è il principio di ogni racconto) ma non è certamente adolescente.

  Potrei semplicemente scrivere che i contenuti sono forti, cose come i disturbi per l'alimentazione o l'autolesionismo o i disturbi del comportamento riproduttivo sono un fenomeno sempre più conosciuto in Italia, che quindi il libro propone qualcosa di importante su cui riflettere.
  Non ho intenzione di avvalorare questo libro. Se uno vuole leggerlo, liberissimo. Però quello che scrive non risolve niente. Non volevo il finale romantico e travolgente, purificatore e catartico. Effettivamente, a pensarci bene, il finale è un po' tirato via. Forse il libro doveva finire quando SPOILER!!! Alice vede Michela/non Michela. E magari lei finiva sotto a un'automobile per correre a dirlo a Mattia e il libro avrebbe avuto la sua bella fine, con un po' d'amaro in bocca perché poi magari Mattia si suicidava e finiva lì. Magari. Ma non termina in questo modo e si strascina a lungo senza alcun senso.
  Tutto il libro è più o meno così: descrive il problema, lo descrive un po' alla cavolo e poi non dice nemmeno "lettore, ora tocca a te". Magari l'effetto è voluto. Magari, così, a fiuto, invece no. Mi sembra uno di quei libri che vogliono essere importanti perché parlano di situazioni oggettivamente complicate e di cui nessuno parla - anche se in realtà di saggi sui comportamenti disturbati il mondo è pieno, anche se tocca andarsi a leggere ricerche di carattere prettamente medico -e poi scadono nella letteratura commerciale. O nascono per essere commercializzati.

venerdì 24 aprile 2015 0 commenti

# 35: Braccialetti Rossi

L'autore è Albert Espinosa. Non so come gli piacerebbe essere presentato. Da quello che ha scritto, può darsi che "scrittore, regista, autore di teatro e televisione" o "ex malato di cancro" gli vadano discretamente stretti, come titoli. Magari, se lo chiamo "giallo", si sentirà lusingato o, almeno, sorriderà. O, meglio, amarillo, per quello che la mia conoscenza dello spagnolo mi permette. Alla nascita si è trovato una gamba in più, un polmone in più e un pezzo di fegato in più. Il cancro l'ha aiutato a liberarsene. Braccialetti rossi non è un libro autobiografico in senso stretto. Non è la ricetta di come ALBERT ESPINOSA HA SCONFITTO IL CANCRO! E' una specie di ricetta di vita. Insomma, un po' di respiro qua, fai battere il cuore là, qualche attività linfatica e il gioco è fatto. Più o meno. Sono consigli, a prescindere dal fatto che uno abbia avuto il cancro o meno. Lui ha imparato cose quando ha avuto il cancro, non perchè ha avuto il cancro. I consigli sono molto esistenziali. Credo che come libro potrebbe essere paragonato a Un'imperiale afflizione, ma senza la parte romanzata. Good Work, Albert. Anche se la cosa degli amarillos è troppo personale perchè diventi universale (magari i miei sono blu-arancione, cioè bluanci), è comunque un libro di liste e concetti semplici, lineari. Non ho capito bene il rapporto dei braccialetti di colore rosso con il libro, ma mai giudicare la copertina dal libro. Buona lettura!


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#34: Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo. Il Mare dei Mostri

  Seconda puntata per Percy Jackson. Mio fratello è fissato con questa storia; inoltre, fonti attendibili (= mia sorella minore) mi hanno assicurato che il grande divario fra l'età di Percy e i suoi pensieri e le sue azioni andrà lentamente riducendosi man mano che si proseguirà con la serie. 
  Stavolta Peter Johnson si trova alle prese con un salvataggio: il suo amico Grover, in cerca del dio Pan, è finito sull'isola in cui si trova il Vello d'Oro, capace evidentemente di emanare lo stesso odore magico della divinità degli animali. Polifemo, abitante dell'isola e accecato parecchio tempo prima da un tale di nome Odisseo, si è un po' confuso e vuole sposare il giovane satiro. 


  Come nel libro precedente, Riordan fa qualche confusione fra miti di tradizione asiatica e miti invece che sono passati alla storia come "greci" puri. Il concetto di sirena, ad esempio, è quello tradizionale e non quello romantico. Il Mare dei Mostri mi ha un po' ricordato lo scrigno di Davy Jones di Pirati dei Caraibi, ma immagini che se qualcosa è topos, allora è topos.
  C'è stato un miglioramento. Pensieri più adatti a un dodicenne (più o meno), anche se le capacità fisiche sono vagamente inverosimili. Il finale spiazza un po'. Trovo invece molto interessante che la maggior parte dei contatti di Percy con le divinità avvenga in sogno, concetto molto orientalizzante. Nell'antichità nel Vicino Oriente l'importanza del sogno, cioè quella realtà inesistente, in quanto mentre dormiamo abbiamo il potere di spostarci ovunque e di compiere persino azioni non prettamente umane, come volare o respirare sotto acqua, era vista come un momento della vita umana di contatto con la divinità. Per questo in Grecia giunsero dall'Asia Minore (cioè la Turchia) riti che avevano a che fare con l'estasi o con le visioni del futuro. Comunque Percy viene contattato da Crono in sogno e questa divinità primordiale si diverte a rivelare i suoi piani, o comunque a dimostrare che c'è altro sotto. Vedremo come continuerà nel prossimo!

giovedì 23 aprile 2015 0 commenti

#33: uBiK

Nel momento in cui ritengo che un autore possa piacermi, continuo a leggerlo. Quasi ossessivamente. Così sono andata in biblioteca e ho fatto incetta di ogni libro di Dick (sob!), tanto che la bibliotecaria, che sta cominciando a notare il mio istinto ossessivo seriale nei confronti di autori vari, stavolta non ha nemmeno sospirato. Mi ha soltanto detto che non tutti i libri di Dick erano in scaffale e che se volevo leggerne altri ce n'erano un paio in deposito.

Ubik. A Bologna c'è una libreria, in via Irnerio, che si chiama Ubik. E ora so perchè.
  A parte l'idea di base della semi-vita, intorno a cui ruota praticamente tutto il romanzo, quasi letteralmente, tanto che alla fine, dopo tutte le rivelazioni gettate a casaccio man mano che ci si avvicina al finale, la testa gira. Mind blowing. La mia reazione all'ultima parola dell'ultima pagina (anche perchè è da un paio di libri che mi viene il sospetto che la storia non sia finita lì, MA INVECE SI'! Comunque.) è stata sul genere:

Ad un certo punto ti rendi conto che la storia ti ha accompagnato, senza che te ne accorgessi, dal mondo reale al mondo mentale della semi-vita. E poi, forse non è il mondo della semi-vita. E perchè Ubik funziona, portato dal mondo esterno al mondo interno? E perchè in realtà è prodotto all'interno del mondo mentale della semi-vita? CON COSA? Mi ricorda un sacco quando il Dottore chiede a Clara Oswin Oswald, quando è ancora la ragazza dei soufflé nel manicomio dei Dalek, dove cavolo ha trovato le uova. Dove ha trovato il latte. Ma qui la storia è facile, perché Clara si rende conto di essere un Dalek. In Ubik niente è certo. Nessuno sa per certo in quale dimensione della realtà si trova o se è vivo. Specialmente dato il finale (uaaaaaaaargh! Runciter! Ma non dirò altro!), non viene detto niente. 
  La mia personale opinione di come veramente si sono svolti i fatti è che sono morti tutti. Tutti immaginano il loro after-life come pare a loro. Non sono collegati. Sperano di essere collegati, ma non è così. Nessuno esiste realmente. Siamo tutti frutto del pensiero altrui. Siamo i sogni di qualcun altro.

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#32: Ma gli Androidi sognano Pecore elettriche?

Philip K. Dick era un genio. Come i maggiori scrittori di fantascienza, era un visionario. Sapeva che qualcosa sarebbe accaduto, nel Futuro, quello con la F maiuscola perché è quel periodo che non vivremo mai e che, nonostante ci sforziamo di vivere come se niente fosse, non ci finiremo mai in mezzo. Dick (che cognome infelice!) non solo sapeva che il Futuro, benché fosse irraggiungibile per lui, avrebbe portato dei cambiamenti. Lui poteva addirittura prevedere quali cambiamenti.
  Asimov scrisse Io, robot. Dick scrisse Ma gli androidi sognano pecore elettriche?


  La questione di quanto un androide sia umano o quanto un essere umano sia androide - cosa ci rende umani, cosa ci rende macchine - percorre tutto il libro. Vengono trattati tutti i temi: l'amore fra persone. L'amore per gli animali. L'ambizione. Il sapere- non sapere di essere umani/androidi. la religione. Addirittura la diversità della malattia mentale, rispetto agli androidi.
 Effettivamente, il concetto che ha maggiormente titillato la mia mente è stato proprio questo: gli androidi disprezzano e hanno dei forti pregiudizi nei confronti dei cosiddetti "cervelli di gallina", cioè persone umane con menomazioni mentali, acquisite o innate. Eppure gli stessi androidi sono stati ghettizzati, anzi: un cacciatore di taglie è pronto a ritirarli (adorabile eufemismo). Il libro è ambientato in un futuro post-apocalittico. Il concetto di umano è messo continuamente in discussione. Gli androidi si comportano come umani e provano sentimenti estremamente umani. Gli esseri umani, come il cacciatore di taglie protagonista, si disumanizzano. I "diversi" restano puri di cuore, nel loro atteggiamento, indifferenti nella loro bontà alla divisione di genere umano/androide.
  Leggendo questo libro, sorge spontanea la domanda di quanto tempo impiegheremo, in quanto genere umano, a perdere quanto di umano ci rende tali. Il Futuro forse non è così lontano.
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#31: Il Bambino Che sognava La fine Del mondo

Io credo profondamente nei titoli.  Sono come finestre sul mondo prevalentemente fittizio del libro. Possono essere un riferimento a ciò che racconterà il libro, oppure essere qualcosa di completamente diverso, tanto da essere l'opposto del contenuto della storia. Ebbene, Antonio Scurati: mi hai deluso. Probabilmente sono le esigenze di marketing a farti chiamare il tuo libro - la tua creatura - con un titolo che è in rapporto con la storia, ma che non ha nulla a che fare con essa.
  Probabilmente, in quanto giornalista, hai fatto un bel lavoro. Un lavoro accurato, accattivante. La storia c'è, ed è cronaca. La promessa-non promessa iniziale è stata rotta con così tanto ardore che si ha una forte sensazione di straniamento, mentre si legge. La storia ti viene venduta come qualcosa di fittizio, ma che alla fine così fittizio non è e troppi sono i riferimenti a fatti realmente accaduti, a periodi di cronaca veramente successi, a sentimenti collettivi più osservati con perplessità che provati.
  Penso che il periodo descritto da Scurati nel suo libro sia stato quello che mi ha fatto odiare profondamente qualsiasi forma di (dis)informazione pubblica e che mi ha sempre fatto prendere ogni notizia con le molle. O con profonda indifferenza o disgusto superficiale, come talvolta mi accade ogni volta che i miei genitori accendono il televisore sul canale del notiziario. Colpa del mio terribile carattere superficiale (ehi, ho usato due volte la parola superficiale oggi!).
  Questo è un libro per:

  • giornalisti
  • pubblici informatori
  • appassionati di cronaca
  • ...maniaci?
Altre persone sono caldamente consigliate di leggerlo e di deplorarlo nel caso non si tratti del loro tipo. Grazie.
mercoledì 15 aprile 2015 0 commenti

#30: Codex

  Io mi trovo nella difficile situazione di dover leggere parecchie cose contemporaneamente. Attualmente sto detenendo il mio record annuale di libri in corso di lettura:

  • Codex di Lev Grossman (terminato)
  • L'ultimo duello  di Luigi Compagnone (all'inizio)
  • I pilastri della terra di Ken Follett (no comment)
  • Percy Jackson- Il mare dei mostri  di Rick Riordan (la solita scommessa)
  • Fascismo e politica culturale di C. Bordoni (YOLO!)
  So che c'è di peggio, ma questa cosa mi mette leggermente ansia talvolta, ma vabbè. 
  Allora, Codex.

  Confesso di leggere questo libro per la seconda volta (la prima è stato tre anni fa). Non ne ero rimasta particolarmente entusiasta, ma l'avevo considerato di buona qualità, dato che mescolava libri (in particolare libri antichi) con videogames di alta qualità, che mi interessano solo per come vengono fatti e non per l'attività ludica. Rileggendolo, mi sono resa conto che è un libro molto onirico, su sensazioni individuali che portano a considerare se la realtà è tale o no (real is just a matter of perception, si dice...), su sentimenti molto scontati e su finali aperti e insoddisfacenti. Il libro non finisce realmente, almeno non nel modo in cui si intende di solito nel mondo delle storie che hanno un protagonista, un antagonista, un oggetto del desiderio e tutto l'insieme di comparse e di ambienti con un nome e una funzione molto specifica. SCINTILLIO! Qui, tutta la quest sull'oggetto del desiderio (il codex del titolo) non si conclude. Rimane aperta. I "Cattivi", che in realtà sono coloro che non si meritano il possesso dell'oggetto in questione, lo ottengono. L'aiutante del buono in realtà è una doppiogiochista. Il protagonista stesso lascia che il suo comportamento si sviluppi in senso ingenuo e veramente stupido - e lo fa addirittura consciamente! - mentre per tutto il libro si è fidato del suo istinto, azzeccandone una dopo l'altra a beneficio della trama.  
  Insomma, ciò che ho imparato da questo libro:
  1. Non rileggere un libro che ti era piaciuto mantenendo le stesse grandi aspettative.
  2. Non rileggere libri inerenti al tuo corso di studi, specialmente se quando hai letto il libro la prima volta eri all'inizio e felicemente ignorante mentre la seconda volta ti trovi a ciclo concluso e felicemente sarcastica verso gli ignoranti.


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#29: Una piccola Libreria a Parigi

 Una piccola libreria a Parigi  di Nina George porta in sè un bagaglio di concetti e immagini non sempre concordanti fra loro. Per farla breve, il libro parla di un libraio di Parigi la cui libreria si trova su una chiatta nella Senna. Ha due gatti e una vita assolutamente calma e vagamente depressa, sempre rimembrando i bei tempi di vent'anni prima in cui lui e la sua amante amoreggiavano filosoficamente. Costui, dal nome parlante di Jean Perdu (N.d.E.Jean è un nome francese per eccellenza e Perdu significa "perduto"), è bravo a vendere i suoi libri. Insomma, uno di quelli che quando entri ti tengono d'occhio, ti fanno una valutazione psicologica personale e ti dicono che no, il libro che stai comprando non è il libro giusto, ma che loro invece sanno quale libro è il più adatto alla tua anima in quel momento. Una cosa del genere farebbe girare i cojones a una habituée delle librerie come la sottoscritta, ma Monsieur Perdu ci azzecca sempre. E parte per un viaggio in barca, con il figlio-non figlio che non ha mai avuto (anche se per quasi tutto il libro, facendo un paio di rapidi calcoli, ho sempre sperato che l'esordiente scrittore Max Jordan, imbarcatosi con Monsieur Perdu, fosse frutto ignoto dei suoi lombi e di quelli dell'intrepida e dalla vita sessualmente molto attiva Manon, amante di Perdu).

  Questo libro parla della rinascita fisica e spirituale di un cinquantenne. Ora, io credo nei libri. Ho letto anche delle cagate di entità considerevole, ma un libro viene scritto sempre per un motivo, che sia il viaggio mentale di un autore in cerca di soldi o l'epica saga di un daimyo giapponese o la storia di come Viviana abbia infinocchiato per l'ennesima volta Merlino. C'è una ragione, più o meno concreta o morale. Questo libro aveva delle basi solide: i riferimenti letterari erano splendidi, adatti ad ogni contesto; la Francia era il palcoscenico perfetto; le basi per un intreccio complicato ma gradevole erano tutte lì. E poi, tutto si è sgonfiato come un dolce quando si apre il forno durante la cottura. Povera Ninetta (la scrittrice del libro). Secondo il mio modesto parere, ha perso di vista cosa voleva scrivere. Succede, quando si scrivono delle storie complesse: quella che fino a pochi istanti prima era la meravigliosa idea di un romanzo di solitudine prima che d'amore, diventa una triste ma ancora funzionante idea di un romanzo di amore prima che di solitudine.
  Piccola parentesi storica: Max Jordan, giovane scrittore, è un '92. Ed è adulto. Brividini personali...
giovedì 9 aprile 2015 0 commenti

#28: Io sono Helen Driscoll

Il fatto che Richard Matheson sia l'autore di Io sono Leggenda non ha nulla a che fare col fatto che sono andata a cercare un po' di bibliografia nel catalogo della biblioteca più vicina e mi sia precipitata a controllare se era disponibile. No. Assolutamente nulla.
  Molte volte gli scrittori americani del periodo d'oro di Matheson scrivono il capolavoro, che diventa famoso e per cui ci fanno un paio di film, e poi basta. Non riescono più a produrre altre opere che siano degne di quel libro che hanno scritto in un momento di estasi. Credevo che Io sono Leggenda fosse uno di quei libri miracolo. E invece Io sono Helen Driscoll è sullo stesso livello. Prosa secca, lineare, ritmi spezzati, atmosfera onirica e prosastica quanto serve, da incubo perfetto: insomma, un po' come quando, all'inizio di un sogno che diventa inquietante, sai che NON E' REALE, ma cerca in tutti i modi di convincerti che lo sia. Io adoro questa sensazione. Significa che il lettore riconosce il confine fra fantasia e realtà, ma il suo cervello gli fa lo scherzetto di non avvisare della differenza la sede della paura.
  Io sono Helen Driscoll parte da un discorso sull'ipnosi, si concentra sulle potenzialità del cervello umano e si conclude con un thriller gotico su fantasmi e premonizioni di morte. Mi è sembrato quasi di vedere quel fil con Nicolas Cage sulla fine del mondo, con tutti quei numeri. Sai come andrà a finire, non lo sai. Ti senti terrorizzato dall'idea di come potrebbe andare avanti, sei confortato dalla trama della storia. Vuoi leggere, non vuoi leggere. Ehi, bel libro.

lunedì 6 aprile 2015 0 commenti

#27: Io Sono Leggenda

Ho visto il film. Ebbene, non c'entra niente con il libro. Will Smith non è Robert Neville. Robert Neville è alto, grande e grosso, oltre che bianco e biondo. Suo padre è tedesco. E gli Zombie del film non hanno nulla a che spartire con i vampiri/infetti del libro. Insomma, sono più vampiri che zombie. E il finale è completamente diverso perchè SCINTILLIO! Robert Neville si trova davanti a un' evoluzione degli ammalati, che riescono a sopravvivere in maniera decente al morbo e costituiscono una nuova società. Ovviamente questa nuova classe di umani deve combattere tutto ciò che è diverso, e quindi i vecchi vampiri devono morire perchè incontrollabili, ma anche Robert Neville deve morire, perchè è l'ultimo di una specie che ricorda ai nuovi umani la loro vecchia natura.

La parte più commovente ha a che fare con i ricordi di Robert sulla moglie e sulla figlia, quest'ultima morta per prima e bruciata secondo i dettami delle prime precauzioni prese contro la malattia, mentre la moglie di Robert, dopo essersi ammalata e aver cessato di "vivere", e dopo che lui aveva provato di seppellirla invece di cremarla, era tornata a casa. Eheheh, scherzetto: "Amore, sono a casa!". Richard Matheson scrive bene. E' secco, aspro, e non lascia niente al sentimentalismo. Il lieto fine non esiste. Robert muore deluso, perchè, pur vivendo all'insegna del "Chi di speranza vive, disperato muore", si rende conto di essere diventato alla fine una Leggenda, allo stesso modo dei vampiri, considerati appartenenti al mondo delle favole e dei romanzi.
Robert Neville è comunque un mito, perchè è cattivo e sospettoso per necessità, pur mantenendo abbastanza umanità da commuoversi per un cane (NON E' COME NEL FILM!!!! E' DECISAMENTE MOLTO PIU' COMMOVENTE NEL LIBRO!) e per tremare ancora una volta quando crede di non essere l'ultimo uomo sulla faccia del pianeta. Noi siamo Robert Neville.

PS. Ultima informazione a proposito del libro: Matheson lo scrisse NEL 1954! Ed è ambientato a partire dal 1976! Quest'uomo è stato un genio (è morto nel 2013).

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#26: Appunti sui Polsini

Michail Bulgakov è famoso per Il Maestro e Margherita, mentre Appunti sui polsini, ovvero il libro che ho letto io, è un insieme di brani scritti in stile giornalistico da Bulgakov che denunciano le condizioni in Russia durante il regime comunista in seguito ai terribili anni della rivoluzione. Non ho granché da dire a proposito di questo libro: è un libro molto descrittivo, persino le narrazioni finali. Interessante per chi si dedica a studiare questo periodo storico.

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#25: Cose Fragili

Io credevo di amare Neil Gaiman e si suoi libri. Insomma, persino il concetto di base di American Gods mi è piaciuto.
  Indagando un po' in giro su blog letterari, ho scoperto di non essere l'unica ad aver ricevuto una notevole delusione da questo libro. La presentazione era perfetta. Era un' antologia, il fior fiore del talento gaimiano, a metà fra il gotico, il realistico, il fantastico, insomma tutto ciò di evocativo che può piacere alla mia generazione. Ho letto il primo racconto con entusiasmo. Sherlock! Che non è veramente Sherlock! In un mondo non esattamente da Sherlock ma praticamente uguale! I racconti in poesia sono stati quelli che mi sono piaciuti di più. Tuttavia molti racconti mi sono scaduti nel volgare. Insomma, quello ambientato nel mondo di Matrix era carino, se conoscevi già la storia. E' più facile immaginare qualcosa di fantascientifico quando l'hai già visto. La storia su Susan Pevensie è stata assolutamente sbagliata. Non si fanno certe cose. Non è giusto stravolgere le cose ambientate in un mondo per bambini aggiungendo del sesso soltanto per darci la patina da "roba per adulti". E' volgare. C'è modo e modo di rielaborare i miti.
 Mi aspettavo una storia come American Gods, cioè un seguito della storia di Shadow, ma nemmeno le storie sul genere Il figlio del Cimitero sono state soddisfacenti. E' troppo chiedere un florilegio gaimiano senza sesso? Ahimè, rischio di rimanere a bocca asciutta per le mie prossime letture.


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#24: Amabili Resti

  La storia della morte di Susan Salmon descritta da Alice Sebold in Amabili resti (Lovely Bones in inglese) si esaurisce nel primo capitolo. Lei muore dopo essere stata violentata da un insospettabile - benché strano - vicino di casa. Che la uccide. E non è nemmeno la prima vittima di quest'uomo. Ma il signor Harvey la fa franca e nessuno sospetta di lui.
  Il resto del libro parla delle indagini della polizia, anche se non è l'argomento principale. Ciò di cui veramente parla il libro è la vita che va avanti dopo la morte di Sue, ciò che succede alla sua famiglia, al signor Harvey, ai suoi amici. In pratica è tutta una tirata sulla rielaborazione del lutto, sulle varie fasi e sul fatto che quasi ogni personaggio reagisce in modo diverso. Insomma, la mamma di Sue tradisce il marito con l'investigatore che segue le indagini. Il padre quasi impazzisce. La sorella viene continuamente confrontata con Sue finché non riesce a emanciparsi completamente dal suo ricordo e alla fine si sposa. Un'amica/non-amica di Sue può vederla e tutta la sua vita è influenzata da questo. Susan stessa vive in questa specie di Paradiso personale in cui conosce altre anime. In questo posto lei può costruire o modificare ciò che la circonda, oltre a vedere ciò che accade sulla Terra e cercare di intervenire o farsi sentire dai suoi cari.
  La cosa più interessante è forse la storia da serial killer sul signor Harvey, che non viene narrata, ma che sarebbe stato un colpo di genio approfondire. Insomma, si tratta di un thriller. Comunque, non è stato un libro molto emozionante e avevo aspettative maggiori su questo romanzo. Sorry. Però la copertina del libro mi è piaciuta. Un sacco. Ecco perchè sono rimasta imbrogliata.



mercoledì 1 aprile 2015 0 commenti

#23: Hiroshima. Per non dimenticare (storia di Yukiko)

  Non amo i libri storici che parlano di persone vere o comunque presentate come tali. A meno che non siano diari - e i diari tendono a essere molto noiosi, se non si è appassionati al genere e disposti a sorbirsi i giri mentali di un'altra persona - non li ritengo plausibili. Insomma, puoi fingere di essere una persona storicamente vissuta, che ha sofferto e parlato e mangiato e pianto e respirato, ma non potrai mai sapere che cosa ha realmente pensato o provato. La storia di Yukiko purtroppo appartiene a quel genere di libri che ti costringono a leggere per scuola. Ci sono persino delle tracce per temi alla fine del libro! E' stato scritto da Camilla Salvati e risale al 2004. Sono poco più di 90 pagine e lo si legge in mezz'ora.
  Ammetto di averlo letto solo perchè mia sorella ne aveva decantato le lacrimevoli proprietà e io talvolta sono tanto masochista da volermi commuovere grazie a un bel libro scritto bene. La vicenda di Hiroshima e Nagasaki è terribile. In casa abbiamo un altro libro sull'argomento, che io evito accuratamente di leggere nei miei giorni della luna per evitare di allagare casa e di consumarmi gli occhi a furia di lacrimoni. E' oggettivamente terribile. Il fatto poi che mia sorella ne sia rimasta commossa senza avere particolari ormoni in circolo mi aveva incuriosita ancora di più. E. Invece. No.
  La storia di Yukiko è triste, anche perché uno sa già che, 99 casi su 100, se leggi una storia sull'atomica, qualcuno alla fine muore, di solito il/la protagonista. Il problema è che il libriccino in questione è scritto male. Ci sono errori di stampa. Ci sono palesi orrori di ortografia, come "cigliegio". Per parecchie pagine ho pensato che fosse stato scritto subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, dato l'uso di parole che, bene o male, tendevano all'arcaismo, e invece no. Poi ho creduto che lì dove erano presenti simili errori l'autrice cercasse di ricreare il linguaggio sconnesso della protagonista, che è giovane e ci mette metà libro a morire. La tesi funziona solo fino a un certo punto, cioè quando, molto in teoria, da quello che ho capito, sono riportate delle pagine dal diario che Yukiko scrive non appena si riprende dall'esplosione.
  E' una storia pacifista, e molto. Piacerà a chi si vuole nutrire di viaggi mentali di un'europea su un disastro tragico vissuto da persone di mentalità e cultura orientale.


lunedì 30 marzo 2015 0 commenti

#22: La Moglie dell' Uomo che viaggiava nel Tempo

I viaggi nel tempo sono la mia passione. Per questo sono vagamente fissata con serie televisive come Doctor Who o comunque con libri che trattano del tempo o di viaggi nel tempo. La moglie dell'uomo che viaggiava nel Tempo di Audrey Niffenegger è un bel libro di fantascienza romantica. E' abbastanza ovvio che alle parti che descrivevano la vita coniugale dei due protagonisti ho decisamente preferito gli intrecci mentali che portavano ogni pezzo dell'incastro al suo posto nel corso degli anni. All'inizio temevo che questo libro non fosse altro che un'imitazione di qualcosa che conoscevo già, cioè il rapporto esistente fra River Song e il Dottore (sempre riferendomi a Doctor Who, come farò per le prossime righe!): lui e lei si conoscono, ma nell'ordine sbagliato. Lei ha una vita abbastanza lineare - intendo nel libro - mentre lui può viaggiare nel Tempo - nel libro e nella serie. Poi, dopo aver notato un certo numero di congruenze, ho cercato la data di pubblicazione del libro, per sapere se era stato prima scritto il libro e poi la sceneggiatura o viceversa: insomma, chi aveva ispirato chi. E, rullo di tamburi, il libro è stato scritto nel 2003. La nuova versione di Doctor Who forse era ancora nella testa di Russell T. Davies, ma nulla più. Nulla di pubblico, quindi. Chapeau davanti alla splendida storia costruita da Niffenegger. Da leggere. Tante. Tante. Ma veramente tante. Volte.
 
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